giovedì 2 febbraio 2017

Con-Vincere

Strano, lo sguardo del cane che spinge. È sempre una faccenda che lo assorbe molto. Preferirebbe non essere visto, vorrebbe tanto guardare altrove, ma la cosa richiede tutta la sua concentrazione. Si tratta di ottenere un equilibrio pendolare del treno posteriore, di calcolare un'esatta verticale, di non farsela sulle zampe e di non caderci seduto dentro. Un gran numero di parametri da valutare contemporaneamente. Si vorrebbe fare in fretta e con discrezione, ma l'evento richiede lentezza, esige applicazione. La fronte si corruga, il sopracciglio si aggrotta. Se c'è una circostanza della sua vita in cui il cane sembra pensare, un momento di pura introspezione, è quando spinge.
Daniel Pennac




Come ho deciso di parlare dell'argomento di questo post? Semplice: sono stanco! La finale di Coppa Italia ha lasciato parecchie scorie nonostante il match in sé non sia stato tra i più complicati che abbia giocato a causa di alcune defezioni nella squadra avversaria.
Il calendario serrato, però, ci ha imposto di tornare in campo per una gara ufficiale ed importante a soli 4 giorni di distanza dalla finale. Mi sono dunque trovato di fronte ad un grave problema: come fare per giocare al massimo la partita che mi aspetta e superare questa condizione di stanchezza fisica e mentale in poco tempo?

Mi aiuterò con articoli di esperti per rispondere, quindi innanzitutto definiamo un termine particolare: “arousal”.
Con questa parolina si indica in psicofisiologia l’intensità dell’attivazione fisiologica e comportamentale dell’organismo.
Quando l’organismo deve effettuare una prestazione deve attivarsi, cioè mettere in moto una serie di processi caratteristici dello stato di arousal, quali:
  • aumento della vigilanza e dell’attenzione (attivazione del sistema nervoso centrale)
  • i muscoli si preparano allo sforzo (attivazione del sistema muscolo-scheletrico)
  • cuore e polmoni si attivano per sopportare lo sforzo (sistema vegetativo simpatico)

L’energia psichica è l’attivazione della mente e sta alla base della motivazione; quando è associata ad emozioni come eccitazione e felicità è positiva, quando è associata ad emozioni come ansia e rabbia è negativa.

Come già detto in qualche post precedente lo stato di stress si verifica quando gli atleti vedono uno squilibrio tra quello che è chiesto loro di fare (sfida) e quello che invece essi sentono di essere capaci di fare (livello di abilità).

Lo stato di flow è il livello ottimale dell’energia psichica associato ad un adeguato livello di stress (il cosiddetto stress positivo); il flow è caratterizzato da un arousal (attivazione) funzionale al raggiungimento dell’obiettivo sportivo.
Nello stato di flow l’attenzione è orientata sul compito, l’atleta non è disturbato dai propri pensieri poichè è completamente assorbito dalla sua attività e sente di controllare le proprie azioni.
L'atleta è con-CENTRATO: tutto quello che andrà a fare è chiaro nella sua testa compreso l'obiettivo da perseguire e il modo(strategia) per raggiungerlo.

Uno stato di eccitazione eccessivo comprometterebbe la performance, così come il suo contrario.

I segnali tipici di una iper-attivazione sono:
  • Ansietà
  • Tensione e rigidità muscolare (per un libero o un ricevitore in genere vuol dire perdere precisione nel bagher in maniera importante e sbattere i palloni di difesa....un disastro!!!)
  • Aumento della frequenza cardiaca, respiro irregolare, innalzamento della pressione arteriosa
  • Affaticamento precoce
  • Scarso controllo delle proprie reazioni emotive (scatti di rabbia)
  • Difficoltà di concentrazione e di attenzione
  • Attenzione spostata sui fattori distraenti esterni (ambiente, pubblico, arbitri) o interni (idee negative che producono sfiducia e conseguenti errori indotti)

I segnali di una ipo-attivazione, al contrario, sono:
  • Sensazione di mancanza di energia (sono stanco!)
  • Scarsa concentrazione (distrazione, attimi di confusione psicologica, indecisione)
  • Troppa riduzione della tensione e dell’ansia (mancanza di stimoli)
  • Disinteresse e demotivazione
  • Noia e pigrizia
  • Scarsa valutazione del tempo e incapacità di anticipazione (disastrosa in difesa o per un alzatore: non si anticipa tatticamente l’azione, non si scatta per un recupero)
  • Sensazione psichica di impotenza (è inutile tentare, tanto non ce la faccio)

Al momento io potrei essere in questa seconda fase. Quali consigli per uscirne? La psicologia della sport suggerisce di:

  1. Effettuare esercizi per mantenere alta la frequenza respiratoria (respirazione rapida e frequente)
  2. Esercizi di mobilizzazione, da fare sia prima della partita che la mattina nell'allenamento di rifinitura
  3. Revisione mentale dei propri obiettivi e visualizzazione dello schieramento degli avversari. Prima della partita si fa sempre quando si studia insieme al coach l'avversario, ma per esperienza personale posso dire che riuscire a farlo in tutte le azioni (dall'inizio della partita), anche se ripetitivo, innesca un meccanismo potentissimo di attivazione dell'attenzione e di focalizzazione sul “qui e ora” necessario per affrontare al top il match
  4. Linguaggio interno positivo
  5. Con l’uso della visualizzazione recuperare stati emotivi positivi di esperienze passate. Anche questo suggerimento mi capito di metterlo in atto spesso. Io, per esempio, cerco di ricordare partite con un coefficiente di difficoltà maggiore di quella che sto per giocare e in cui ho risolto situazioni che mi si andranno a riproporre a breve. Il mio ragionamento è: “se sono riuscito in quella situazione che era più complessa a maggior ragione posso riuscirci ora”!

Sono un'extra rispetto al post, ma elenco velocemente anche alcuni metodi per abbassare il livello di attivazione:
  • Effettuare esercizi per mantenere bassa la frequenza respiratoria (respirazione profonda e regolare)
  • Esercizi di rilassamento muscolare (mezz’ora prima della partita oppure in campo durante le fasi più impegnative e stressanti)
  • Esercizi di focalizzazione dell’attenzione
  • Esercizi di deconcentrazione dai fattori distraenti
  • Sviluppare un atteggiamento mentale positivo
Sembra facile vincere, sembra facile vincere spesso. In realtà "vincere" richiede concentrazione continua e tanta forza di volontà per superare le barriere che il proprio IO ci mette davanti.
Non possiamo essere sempre al 100%, ma possiamo sempre dare il 100% e trovare le soluzioni ai problemi che gli avversari ci propongono: dipende solo da noi. In questo modo proverò ad affrontare il complicato match di domani.



Prepararsi a vincere
Vincere
Sopportare la pressione della vittoria(aspettative proprie e degli altri)


Tre aspetti del vincere che vanno allenati continuamente.

ps: e complimenti a noi per la vittoria della Coppa Italia che per la prima volta va a Siena!

lunedì 23 gennaio 2017

Strategie utili


Pratica l’arte del miglioramento continuo ogni giorno.
Lavora sodo per migliorare mente e corpo. Nutri il tuo spirito. Fai le cose di cui hai paura. Sciogli le briglie all’energia e all’entusiasmo. Guarda sorgere il sole. Balla sotto la pioggia. Sii la persona che sognavi di essere. Fai le cose che hai sempre voluto fare 
Robin Sharma, "Il monaco che vendette la sua Ferrari"



Disse Michael Jordan, che sicuramente qualcosa ha vinto:

“Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l'intelligenza che si vincono i campionati.” 

Domenica giocheremo con la mia squadra, Emma Villas Volley Siena, la finale di Coppa Italia. Una partita secca che assegna un trofeo. Una gara unica, senza appello. La frase di Michael Jordan, che in senso assoluto condivido pienamente, mi ha fatto pensare: la partita di finale di domenica è persa in partenza da una delle due squadre (quella meno talentuosa evidentemente) o si possono abbattere le variabili negative che portano ad una sconfitta e non solo limitare i danni, ma addirittura ribaltare il pronostico?

Continuo il mio ragionamento con una famosissima frase del “Generale”  Robert Montgomery Knight:

"Tutti vogliono vincere, ma non tutti sono disposti a prepararsi per vincere".

Per chi non sapesse di chi sto parlando trattasi dell’allenatore che ha vinto più partite nella NCAA,  ovvero la National Collegiate Athletic Association, l’associazione che coordina e gestisce i campionati sportivi universitari americani. Nel caso specifico il riferimento è al torneo di pallacanestro.

Riprendendo il filo del discorso: la vittoria necessita di un’adeguata preparazione, e se forse è scontato essere d’accordo con me a livello teorico, probabilmente non lo è altrettanto a livello pratico.

Partiamo da un'idea di base: da molti giorni prima di una finale un'atleta inizierà a visualizzare o immaginare la partita o la singola azione che andrà ad affrontare. Personalmente tra le immagini che più mi girano inconsciamente per la testa ci sono quelle del primo e soprattutto dell'ultimo punto della partita, ma non solo.

Gestire la visualizzazione di queste immagini è un utilissimo strumento di allenamento mentale. E' una strategia.



Quando si parla di preparazione di una vittoria si parla proprio di questo: strategie.
Quanto incide un allenatore in questo? Tanto. Quanto incide un atleta? Altrettanto. Non so dire se questo sia un bene o un male ma tant'è.

Tornando a noi, le strategie non sono altro che una specifica sequenza di azioni che mettiamo in atto per ottenere un risultato predefinito. Attenzione: questa sommaria definizione produce almeno due considerazioni ulteriori:

1. quando si parla di strategia non si parla solo di tattica di gioco, ma anche di programmazione fisica e gestione delle emozioni.
A tal proposito apro una piccola parentesi. Gestire le emozioni di un atleta significa non solo dargli stimoli giusti(se siamo allenatori) o trovare il modo di erogare in maniera continuativa e costante nell'arco della prestazione la giusta dose di energie che richiede la partita che stiamo affrontando, ma significa soprattutto incanalare i suoi pensieri e quelli dei suoi compagni nell'unica strada esistente che li possa portare a giocare come una squadra, come un tutt'uno armonico che sa dove deve andare, come arrivarci e quali ostacoli potrebbe incontrare nel corso della sua marcia.
Serve uno psicologo o un allenatore? Battute a parte: gestire un gruppo di 12/14 persone non è roba per deboli di cuore o caratteri timidi.

2.  fare qualcosa non implica fare la cosa giusta! Non è inusuale compiere “atti” che ci portano ad ottenere risultati disfunzionali ed esattamente inutili per conseguire il meglio dalla nostra performance! Una strategia non corretta, una preparazione sbagliata, sono elementi che non ci permetteranno di battere la squadra col talento.

Ma a quali obiettivi dobbiamo puntare nel momento in cui andiamo a definire le giuste strategie (magari con un mental coach o, per chi ci crede meno come me, con un buon allenatore)?

Rispondo con la mia piccola esperienza partendo dai problemi per un semplice motivo: se il mio avversario è più talentuoso di me sicuramente mi metterà in difficoltà, o perlomeno questo potrà succedere con un'alta probabilità!

Problema1
Riesci a fare “sempre bene” quello che sai fare?
Sembra una cosa stupida, ma pensiamola in un altro modo: fare un palleggio contro un muro in una palestra intanto che aspettiamo l'inizio dell'allenamento non ha la stessa difficoltà di fare un palleggio davanti a 17.000 persone(capienza massima del campo in cui giocheremo la finale di domenica)! Eppure si tratta in entrambi i casi di un semplice palleggio. Qual è la difficoltà? Apro una parentesi rivolgendomi a noi giocatori: siamo sicuri che sia una difficoltà chiara ed evidente o stiamo pensando troppo e solamente al problema?? Ovviamente è una provocazione: il problema esiste ed è prevalentemente nella nostra mente.... così come la soluzione. Come si esce da questa situazione? Isolando il gesto: il palleggio è sempre quello, non è influenzabile da elementi esterni al campo di gioco. Riuscire a replicare SEMPRE in maniera sistematica, ciò che ci riesce bene, è la base per creare una strategia di gioco: il mio avversario di talento in certe cose non ha alcun potere su di me. Questo vale sia per il gesto tecnico che per le situazioni tattiche o le fasi del gioco.

La soluzione a questo primo problema, oltretutto, mi regala 2 carte da giocare domenica:
a. isolare il gesto mi fa uscire da una situazione di difficoltà ad azione in corso
b. pensare a cosa faccio bene mi ha fatto trovare alcune aree in cui il mio avversario non può attaccarmi perché sono forte

...ancora devo iniziare a giocare e sto già prendendo un vantaggio. ;-P



Problema2
Riesci a pensare quando sei in difficoltà?
Questo problema ne sottintende un altro a lui precedente: riesci a capire quando sei in difficoltà?
Se non riesci c'è un problema grosso. Per usare una celebre frase del film Rounders - Il giocatore:

If you can't spot the sucker in your first half-hour at the table, then you are the sucker.

[Nel poker] Se non riesci a individuare il pollo nella prima mezz'ora di gioco, allora il pollo sei tu.

Se non vedi il problema non puoi risolverlo: puoi solo sperare nei tuoi compagni o nel tuo coach.
Detto questo torniamo al problema: penso quando sono in difficoltà? DEVO farlo perché è l'unico modo che ho per individuare una difficoltà e poi eventualmente risolverla. Ma come si fa?
Qui è fondamentale, mentre stai immaginando la partita almeno per la ventesima volta questa settimana, capire come potranno metterti in difficoltà domenica! Quali sono i punti in cui sei attaccabile? In questo bisogna essere preparati. Conoscere i propri punti debole è conoscere il problema. Aggiungo una nota estemporanea: la squadra che sa sopportare i propri punti deboli sembrerà quasi inattaccabile agli occhi dell'avversario. Ad ogni modo, visualizzare e cercare le soluzioni ai punti deboli è il modo migliore per risolvere il problema quando arriverà...perchè statene pur certi: arriverà! E non sarà un dramma perché avremo già le soluzioni giuste!

Anche qui una sola soluzione offre più carte da giocare per la finale:
a. potresti anticipare la strategia offensiva dell'avversario nascondendo i tuoi punti deboli e obbligandolo a giocare dove sei forte
b. identificherai il problema: sapendo come andrai in difficoltà saprai, quando vivrai la situazione che hai immaginato, che stai effettivamente andando in difficoltà. Magra consolazione, ma almeno eviterai di diventare il pollo inconsapevole di “Rounder – Il giocatore" e potrai concentrarti sul gioco da fare
c. quando andrai in difficoltà avrai già delle possibili soluzioni per poterne uscire...cosa che è diretta conseguenza del punto precedente!

Ma in sostanza come fare a progettare delle strategie che ci consentano di massimizzare il risultato ed accorciare la distanza che ci separa dal nostro talentuoso avversario?

Io cerco di avere la risposta ad alcune semplici domande:

- cosa devo fare?
- come faccio a farlo?

La domanda fondamentale  tra le due, quella che fa la differenza tra un giocatore di talento e un giocatore che vince, è la seconda!
Si tratta di estrarre e porre l’attenzione razionale su un set di azioni e comportamenti che la nostra testa esegue senza pensarci. Per farlo con precisione ci sono diversi accorgimenti e strumenti che un Mental Coach utilizza durante il suo lavoro di mental training, ma questa è un’altra storia.
Chi ha talento pensa di non aver bisogno della seconda domanda perché, per opinione generale, il “giocatore di talento” è colui che fa con naturalezza un qualsiasi movimento .......... pericolosa definizione: il giorno in cui il giocatore di talento per un qualsiasi motivo (in primis l'avversario) non riuscirà a produrre quel gesto perderà.
La strategia di un pre-match deve portare a questo: non essere attaccati dal talento e attaccarlo a nostra volta.

In questo la stra-ripetuta definizione di “sport di situazione” che identifica il volley è decisamente calzante: chi risolve prima i problemi che incontrerà vincerà la partita.

Equilibrio, atteggiamento positivo, attenzione e soprattutto preparazione.
Come si dice?
 La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l'opportunità.

Ci vediamo domenica 29 Gennaio a Bologna per vivere l'opportunità e provare a crearci la nostra Fortuna

lunedì 16 gennaio 2017

Parola ai giovani!

Sostanzialmente, la radio non è cambiata nel corso degli anni. Nonostante tutti i miglioramenti tecnici, è ancora un uomo o una donna e un microfono, la riproduzione di musica, la condivisione di storie, il parlare di diverse questioni – il comunicare con il pubblico.
Casey Kasem


Il titolo non è sbagliato, ma richiama una mia nuova esperienza: la radio!
Un'esperienza nuova dal sapore vintage, uno di quei luoghi quasi mitologici in cui la parola ancora conta qualcosa!
Un grandissimo grazie agli amici di uRadio, una realtà nata da un piccolo gruppo di studenti fuorisede dell’Università per Stranieri e dell’Università di Siena che si occupano di interviste ad artisti locali e nazionali, seguono attivamente gli eventi culturali di Siena e collaborano con numerosi locali e associazioni!
Un bellissimo progetto che arricchisce l'università e tutta la città!
Al link qui sotto troverete la divertente intervista al sottoscritto e al mio compagno di squadra Simone Di Tommaso, realizzata da Laura Muraglia e Giovanni Marchi con la regia di Silvia Stefanini:
https://www.mixcloud.com/uRadio_Siena/uradio-speciale-emma-villas-andrea-cesarini-e-simone-di-tommaso/
Discorsi più o meni seri su libri, volley, musica, coaching e turismo accessibile! Insomma, ce n'è per tutti i gusti!

lunedì 9 gennaio 2017

Essere speciale

“Non so come il mondo potrà giudicarmi ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l'oceano della verità giaceva inesplorato davanti a me.” 
Sir Isaac Newton



Questo articolo è a cura di Iacopo Melio:

Ecco 7 buoni propositi “speciali” per l’anno nuovo
I disabili non esistono, è il contesto che limita le persone. La società ha infatti un enorme potere, quello di decidere se continuare ad alimentare la disabilità oppure se, finalmente, limitare gli handicap, nel senso più sportivo del termine.

Il 2017 sta per arrivare e come sempre ognuno di noi si trova a fare a se stesso delle promesse che talvolta non riuscirà a mantenere, anche se illudersi di un miglioramento personale non fa mai male. Se non altro incoraggiare se stessi, almeno per i primi giorni del nuovo anno, ci è utile per ricaricare le pile, magari riprendendosi dalle delusioni che i precedenti 12 mesi hanno portato.
Ho deciso così di suggerirvi 7 buoni propositi che potrete tentare di "spuntare" nei confronti della disabilità. Un regalo di civiltà verso chi, come me, vive con un qualche handicap, ma soprattutto verso voi tutti.

Perché dai, diciamolo: nel 2016 è stata confermata l'esistenza delle onde gravitazionali; la sonda Juno si è avvicinata come nessuna a Giove, sfidando le sue tempeste radioattive; Philae, il lander della missione Rosetta, ha proseguito (e terminato) l'esplorazione di una cometa; l'UE si è dotata di una costellazione satellitare per osservare la Terra, per uso ambientale, geologico, agricolo e altro ancora; Paolo Nespoli ha presentato la missione VITA, che in barba ai suoi 60 anni lo porterà ad abitare per qualche mese nella Stazione Spaziale Internazionale per condurre nuovi esperimenti; è stato firmato un accordo tra la Virgin Galactic e Altec per aprire uno spazio-porto in Italia; hanno avviato la fase sperimentale per l'utilizzo del sistema di Navigazione Satellitare Europeo Galileo… e noi, comuni mortali, non siamo ancora in grado di comprendere e mettere in atto delle regole basilari di convivenza civile.

A voi, a noi, auguro quindi un nuovo anno fatto di altri piccoli passi avanti per quella rivoluzione culturale della quale abbiamo, davvero, tanto bisogno.

1. Smettere di occupare i parcheggi per disabili:
Se a Capodanno è un'impresa trovare parcheggio per tutti, fate conto che per un disabile sia il 31 Dicembre tutto l'anno. Avere l'auto vicino casa, all'ingresso di un centro commerciale o di un ufficio pubblico è un aiuto non da poco per chi ha problemi motori o non può affaticarsi (nel caso di una disabilità "invisibile"): eliminate quindi, per il prossimo anno, il vizietto di rubare diritti a destra e a manca, ma soprattutto cancellate l'arroganza che talvolta caratterizza le vostre risposte quando qualcuno vi fa notare l'errore. No, non avete ragione, mettetevi l'anima in pace che oltre ad essere superficiali, poi, risultate pure per cafoni.

2.(o 1 bis) Non usare i marciapiedi come aree di sosta:
Gli scivoli dei marciapiedi non sono stati progettati per aiutarvi a parcheggiare meglio su di essi: imparate a lasciarli liberi, per favore, perché non ci sono solo persone in carrozzina o temporaneamente infortunate, ma anche madri con i passeggini, anziani o ciclisti che potrebbero averne di bisogno. Esistono quei rettangoli con strisce bianche, o blu, intorno, dove poter mettere la macchina: sfruttateli, è legale!

3. I bagni riservati non sono pubblici:
Per definizione, smettete di fare i vostri bisogni nei nostri bagni. Perché se è vero che da seduti siamo tutti uguali, è anche vero che qualcuno non è in grado di attendere nemmeno un solo minuto se deve fare pipì o altro di più impegnativo. Non lamentatevi se poi, per dispetto o necessità, qualcuno "di noi" vi fa trovare una sorpresina davanti alla porta… < risata malefica >

4. A proposito, basta "noi" e "voi":
Impariamo a svuotare gli scompartimenti e i cassetti nei quali, fino a ieri, abbiamo infilato le persone, e buttiamo tutto e tutti in un unico sacchetto, agitando il tutto come state facendo in queste vacanze coi numeri della tombola. Anziché tracciare confini ed indicare le differenze, costruiamo ponti ed evidenziamo le uguaglianze, che fa più figo.

5. Abolire la parola "speciale":
Non stiamo parlando di un piatto di pasta cucinato dalla nonna, o dell'effetto di un film fantasy, o dell'offerta di un negozio di abbigliamento prima di Natale… Un disabile non è una persona speciale e non si considera un supereroe, anzi, ciò che desidera è conquistare una normalità, anche anonima e mediocre (in senso positivo e non dispregiativo) purché scontata: abolire questa grande etichetta è il primo importante passo per evitare la discriminazione. I disabili, in quanto persone come tutti, sono simpatici o antipatici, intelligenti o scemi, brutti o belli, buoni o stronzi. Smettiamo di vedere come straordinaria ogni cosa che facciamo, altrimenti finirete con lo stupirvi e farci un applauso ogni volta che compiamo anche il gesto più semplice, tipo tirare lo scarico del WC… e suvvia, la cosa fa un po' ridere.

6. Sfanculiamo il “politically correct”:
“Disabile”, “diversamente abile”, “soggetto a ridotta mobilità”, “persona con handicap”… Smettiamo di aver paura di chiamare le cose con il loro nome e di rapportarci ad esse: Iacopo, Laura, Marco, Serena, Pietro… Siamo persone, non siamo la nostra malattia o le nostre carrozzine, così come voi non siete il vostro paio di scarpe (questo lo dico spesso e “tira” sempre, ma è bene ribadirlo). E vi svelo un altro segreto, non solo potete dire frasi apparentemente scomode, come “usciamo a far due passi”, “non prendere questa cosa sottogamba” o ancora “ci vediamo!” (rivolto ad un cieco, ovviamente), ma potete addirittura scherzare, insieme a noi, delle nostre disabilità. Perché la cosa davvero bella è la condivisione, in positivo, di uno svantaggio che se valorizzato può diventare addirittura un punto di forza, e non certo una beffa verso qualcuno. Osate, con naturalezza, perdiana!

7. "I disabili non esistono" come mantra:
Esatto, anche questo lo dico sempre e non smetterò mai di ripeterlo. Dobbiamo avere massimo rispetto per la sofferenza e per la malattia, certo, ma non nascondersi dietro alla disabilità, perché i disabili non esistono! È il contesto, lo spazio intorno a noi, che limita le persone. Se voglio andare a cena fuori e ho qualcuno che mi aiuta a salire in auto e mi accompagna, se il ristorante non ha scale al suo ingresso e la piazza fuori ha gli scivoli adeguati per fare un giro dopocena, senza ostacoli, perché mai dovrei sentirmi disabile o svantaggiato? La società ha un enorme potere, quello di decidere se continuare ad alimentare la disabilità oppure se, finalmente, limitare gli handicap, nel senso più sportivo del termine. Si tratta di una partita troppo importante: per questo 2017 giochiamola insieme."

lunedì 2 gennaio 2017

Correre per conoscere se stessi

E’ meglio avere il fiato corto e le gambe pesanti, piuttosto che le gambe corte ed il fiato pesante.  
Mario Setragno, “Dizionario ragionato della corsa”



La prima domanda che mi fanno quando parlo delle mie scarse e sporadiche esperienze di running è cosa mi piace del correre? Perché lo faccio?

In realtà la corsa ha molti vantaggi interessanti, ma io lo faccio principalmente per uno solo dei 10 che vi elenco di seguito: provate a indovinare quale!



1. è gratis
Vi do un suggerimento: non è questo, ma è anche vero che qui esce la mia indole da “pulciaro” (per dirlo alla romana!). Bastano un paio di scarpe (buone) e una strada o un sentiero e il gioco è fatto!

2. non lega ad orari
Semplicemente ci vado quando voglio. A volte questa può essere una lama a doppio taglio se c'è un programma di avvicinamento ad una corsa da seguire, però permette sicuramente di essere più liberi  rispetto ad una tabella di allenamento di uno sport di squadra

3. è “sana”
Si sta all’aria aperta, non ci si chiude dentro una palestra. Si respira aria pura e si ossigenano corpo e cervello. Certo correre a Roma potrebbe non rendere questo punto valido per tutti, ma non starei troppo a sottilizzare!

4. riduce rischi di malattie cardiovascolari
Questa non è farina del mio sacco: secondo una recente ricerca pubblicata sul Journal of American College of Cardiology correre potrebbe ridurre fino al 45% il rischio di morte per malattie cardiovascolari. Il motivo? Fare jogging migliora la pressione sanguigna e il colesterolo buono (HDL).

5. fa dimagrire rapidamente
ovviamente è uno dei metodi migliori per bruciare calorie e regolare positivamente il metabolismo. Praticando un’ora di corsa a livello intenso si possono bruciare da 700 a 800 calorie. Certo è che  poi dovrete essere più bravi di me con l'alimentazione per rendere questo un reale vantaggio!

6. produce endorfine
Le endorfine aiutano a liberarci dallo stress e migliorare l’umore. Praticare jogging con costanza aumenta la serotonina ovvero quel neurotrasmettitore fondamentale per regolare l’umore, ma anche il sonno, l’appetito, l’apprendimento e la memoria.

7. aiuta a riposare meglio
E non perchè si arriva a casa sfiniti! Correre aumenta la produzione nel cervello di seratonina, ovvero quell’ormone che influenza il ritmo sonno-sveglia.

8. rallenta l’invecchiamento
Dopo i 20 anni la naturale produzione dell’ormone della crescita (HGH, Human Growth Hormone) inizia a diminuire, per fermarsi quasi definitivamente dopo i 40. L’unico modo per non bloccare definitivamente la produzione di questo ormone è quello di praticare un’attività sportiva, in particolare la corsa.

9. migliora l’autostima
Un incremento della resistenza fisica e psichica alla fatica e la forza di volontà sviluppate nella pratica costante della corsa generano un aumento della fiducia in sé stessi e dell’autostima.

10. permette di confrontarsi con se stessi
non ce la faccio a non suggerire: io corro per questo motivo! Quando corro sono da solo con me stesso e posso godermi tutto ciò che mi circonda! Mi rilasso! Ma soprattutto mi piace quel momento durante una corsa in cui sono in difficoltà e devo trovare le energie per andare avanti: è proprio quel momento che mi fa amare la corsa. In quel frangente sono obbligato ad avere un confronto onesto e diretto con me stesso per capire come continuare, quanto perseverare, dove è il mio limite e come superarlo o se è saggio andare oltre.



La corsa per me è un allenamento alla quotidianità: onesti con se stessi per vivere a pieno ogni momento e godere di ciò che c'è di bello, o amare l'attesa della gioia nei momenti di difficoltà senza mai perdere l'orgoglio di essere me stesso.

Per questo corro.
Per questo mi piace farlo!

lunedì 19 dicembre 2016

Scrittura a mano: semplice soluzione per la libertà

Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce.
Joseph Pulitzer



In un mondo dominato da touch-screen, audio-messaggi e realtà virtuale ha ancora senso riflettere sulla scrittura manuale? La scrittura a mano ha un futuro? Bella domanda. In un mondo in cui le tastiere del computer – che solo pochi anni fa era considerato all’avanguardia – sono state ormai rese obsolete da touchscreen, audio-messaggi e realtà virtuale di sorta, ha ancora senso riflettere sulla scrittura manuale? Secondo l’Associazione Calligrafica Italiana assolutamente sì, tanto che per rispondere a questa domanda il 25 e 26 novembre 2017 è stato organizzato un convegno internazionale fitto di incontri in cui la bella scrittura sarà al centro di dibattiti e ragionamenti.

ilLibraio.it (spazio multimediale del Gruppo editoriale Mauri Spagnol)ha chiesto a Benedetto Vertecchi, professore ordinario di Pedagogia presso l’Università Roma Tre, di anticipare i temi che affronterà sabato 26 novembre alle ore 11:45. La conferenza dal titolo “Scrivere a mano: il segno del pensiero” vuole indagare le conseguenze sullo sviluppo infantile causate dalla sostituzione della scrittura manuale con quella digitale. Di seguito i passaggi dell'intervista.

In che modo, secondo gli studi da lei considerati, la scrittura digitale influisce nello sviluppo mentale, nelle capacità di coordinamento percettivo-motorio e sulla memoria dei bambini?
“Da alcuni anni molti insegnanti mi venivano segnalando la crescente difficoltà dei loro allievi a usare il linguaggio scritto. Del resto, avevo potuto rendermi conto di tali difficoltà anche osservando in che modo scrivevano i miei studenti all’università: il corsivo in molti casi era sostituito dal maiuscoletto o dallo stampatello, i caratteri apparivano incerti e disallineati, il modo di impugnare la penna richiamava più quello necessario a maneggiare una clava che quello che consentiva il controllo dello strumento usato per produrre il segno. Se non mi stupiva la segnalazione della difficoltà, mi lasciava tuttavia perplesso che la caduta del corsivo intervenisse così precocemente nel percorso scolastico. Non mi sarei sorpreso di sapere che la capacità di scrivere a mano stesse regredendo nelle scuole secondarie, ma non avrei immaginato che si manifestasse già nella scuola elementare. Per cercare di capire che cosa stesse avvenendo, e quali conseguenze ne derivassero per gli allievi, ho elaborato un progetto di esperimento, che il Laboratorio di Pedagogia sperimentale dell’Università Roma Tre ha fatto proprio e ha sviluppato con la collaborazione di due scuole della cintura urbana”.
Com’è andata?
“L’ipotesi che si voleva verificare era che per conservare e accrescere la capacità di scrivere occorreva esercitare la scrittura con continuità. Riprendendo una massima ricavata da Plinio il Vecchio (‘Nulla dies sine linea’, che ha anche dato il nome all’esperimento), ho chiesto agli insegnanti di impegnare i loro alunni in attività di scrittura quotidiana. Si trattava di chiedere agli allievi di terza, quarta e quinta elementare di scrivere, rispettivamente, brevi testi di quattro, cinque o sei righe sulla base di stimoli accuratamente studiati per consentire una produzione verbale non condizionata da stereotipi di comportamento scolastico o da riferimenti valoriali. I bambini dovevano sentirsi liberi di scrivere, sapendo che nessuno avrebbe valutato i loro testi. Si chiedeva loro di scrivere soltanto a mano, ma senza spingerli a farlo in corsivo. Nel complesso, il tempo richiesto per svolgere questa attività era di un quarto d’ora ogni giorno. L’esperimento si è protratto per circa tre mesi e mezzo e ha coinvolto poco meno di quattrocento bambini: si può trovare la descrizione della procedura seguita nel volume I bambini e la scrittura, pubblicato in settembre da Angeli”.
Quali sono stati i risultati?
“È stato possibile raccogliere circa 28.000 documenti, ordinati in serie diacroniche, dai quali ci si può rendere conto dei cambiamenti che intervengono attraverso una pratica costante della scrittura manuale: si tratta di cambiamenti che riguardano sia la qualità dei segni tracciati, sia quella dei testi prodotti. Per quanto nessuno abbia spinto i bambini a modificare il loro comportamento, nel succedersi delle settimane si poteva osservare non solo il progressivo miglioramento nella qualità grafica dei documenti prodotti, ma anche una maggiore appropriatezza ortografica e una più accurata selezione del lessico. I risultati ottenuti sono del tutto coerenti con le indicazioni che da tempo si ricavano da un gran numero di ricerche sullo sviluppo mentale dei bambini, in particolare per ciò che riguarda il coordinamento percettivo-motorio, l’esercizio e il potenziamento della memoria. Sono ricerche che fanno capo non solo alla pedagogia e alla didattica, ma a molti altri settori della conoscenza: quello della scrittura si presenta oggi come un terreno d’indagine fortemente interdisciplinare.”



Nella presentazione del suo intervento al convegno si legge: “La scrittura è una soluzione semplice […]. È proprio questa semplicità che conferisce il massimo di libertà al pensiero di chi scrive”. Potrebbe spiegare più ampiamente tale affermazione, concentrandosi, in particolare, su come secondo lei la scrittura manuale possa garantire più libertà a chi scrive rispetto a un mezzo digitale?
“Nel Vangelo di San Giovanni leggiamo che ‘Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra’ (8, 3-6). Non sappiamo che cosa abbia scritto, ma conosciamo il contesto: quello riferito è l’episodio dell’adultera, nei cui confronti gli scribi e i farisei mostravano il loro sdegno. Lasciamo che altri approfondiscano l’episodio da un punto di vista religioso. Quel che ci interessa rilevare è che Gesù non ha avuto bisogno di nulla per scrivere, neanche di un supporto specifico, dal momento che ha scritto nella polvere, o di uno strumento adatto a tracciare segni, visto che ha usato un dito. Quel che ricaviamo è che la libertà di scrivere si collega direttamente alla possibilità di farlo senza dover ricorrere a soluzioni strumentali complesse. Tutto sommato, scrivere sulla carta con la penna è quanto di più simile al modo in cui Gesù ha replicato alle accuse degli scribi e dei farisei. Il complicarsi della produzione del segno condiziona inevitabilmente la produzione del testo. Se usiamo, come oggi spesso avviene, un dispositivo digitale, non possiamo fare a meno di disporre di energia elettrica, di una mediazione strumentale che interrompe la continuità del controllo di chi scrive sul testo, e che in molti casi lo modifica o lo condiziona al di là di quanto si vorrebbe”.

La libertà vive nelle semplici espressioni di sé stessi.

venerdì 16 dicembre 2016

Allenare le abilità mentali per realizzare le proprie potenzialità

Lavora ogni giorno sui tuoi pensieri piuttosto che concentrarti sui tuoi comportamenti. È il tuo pensiero che crea i tuoi sentimenti, e, alla fine, anche le tue azioni.  
Wayne W. Dyer 



Pallavolo e trail running, due mondi apparentemente inconciliabili: uno sport aerobico, di resistenza, contro una disciplina anaerobica e con movimenti di massima potenza racchiusi in pochi secondi. Eppure la pratica dell'una mi ha aiutato a sviluppare abilità per l'altra e viceversa.
Quando si pratica sport è importante allenare il proprio corpo, ma altrettanto indispensabile è avere una mente forte, lucida e piena di risorse per poter sopperire alle difficoltà che si possono presentare durante la gara. Un numero sempre maggiore di atleti, agonisti e non, rivolge la propria attenzione all’allenamento mentale per completare ed accompagnare i tradizionali metodi di allenamento fisico. Se nell’allenamento fisico si ripetono dei carichi di lavoro al fine di provocare cambiamenti strutturali e biochimici nella fibra muscolare, nell’allenamento mentale si ripetono stimoli di natura emotiva, cognitiva ed ideomotoria al fine di sviluppare le abilità mentali specifiche per aumentare il rendimento e ottimizzare la prestazione.
A tal proposito, riporto la definizione che Martens (1987) dà della preparazione mentale:

l’allenamento mentale  viene prima di tutto inteso come educazione, informazione da dare all’atleta riguardo alle sue abilità, a come queste agiscono ed influenzano la prestazione; successivamente come  la definizione di programmi strutturati al fine di potenziarle, ed infine, come allenamento ed applicazione nelle varie situazioni.

Ma quali sono le abilità mentali che un atleta deve sviluppare?


  • Controllo dei processi attentivi: equivale all’abilità di restare focalizzati sul “qui ed ora” e non distrarsi dall’obiettivo.
  • Controllo dello stato di attivazione (arousal): l’attivazione psico-fisiologica dell’organismo, ad un livello troppo basso (ipo attivazione) si traduce in poca energia, stanchezza, motivazione vacillante…insomma in un’atleta “scarico”,  mentre, al contrario un livello troppo alto equivale a uno stato di agitazione eccessiva, sudorazione, tensione muscolare che non agevolano la prestazione. 
  • Gestione dello stress e dell’ansia (pre-post gara), fattori che generalmente si innalzano quando l’atleta valuta di non avere le capacità adeguate per rispondere alle richieste del compito.
  • Controllo delle attività immaginative (imagery): attraverso lo sviluppo e l’allenamento di tali abilità, l’atleta può usare immagini mentali per anticipare, rivedere e correggere la propria prestazione. Attraverso il riviversi mentalmente lo sportivo può consolidare e perfezionare un determinato gesto tecnico, può abituarsi a tollerare momenti stressanti, a prepararsi a situazioni che potranno verificarsi in gara; le immagini mentali sono uno strumento molto potente ed efficace se usate nel modo corretto perché orientano la mente verso una direzione.

Questa abilità in particolare è fondamentale nell'esecuzione di un qualsiasi gesto tecnico nella pallavolo: “rivedere” il gesto prima di compierlo produce input positivi che spesso si manifestano in un'esecuzione tecnica se non corretta quanto meno efficace. Riportarla nel trail running, invece, è utile, per esempio, quando si è stanchi ma il traguardo è lontano: immaginare il gesto tecnico aiuta ad ottimizzarlo. Inutile sottolineare come un gesto ben eseguito produca un risparmio energetico oltre che una spinta migliore...due risultati non da poco per un corridore in difficoltà!

  • Formulazione degli obiettivi (goal setting): sapere dove vogliamo andare e individuare il risultato da raggiungere sono aspetti che consentono ad un atleta di sentirsi motivato a non mollare neanche di fronte alle difficoltà
Su questo vorrei fare una considerazione estemporanea. Il bravo allenatore sa dare obiettivi stimolanti ma raggiungibili al proprio atleta: una pessima taratura del risultato da raggiungere produce frustrazione e stress aggiuntivi e, conseguentemente, fa crollare le prestazioni.



  • Il controllo dei pensieri (self talk): ciascuno di noi comunica con il suo mondo interno, tra sé e sé attraverso pensieri, commenti, sentimenti, immagini, emozioni e auto-istruzioni; questo è ciò che definisce il dialogo interno. Per qualsiasi persona, ma a maggior ragione per un atleta, sono molto importanti il “cosa si dice” ed il “come se lo dice”; una buona gestione del proprio dialogo interno ed un controllo efficace dei propri pensieri può essere di grande aiuto per raggiungere i risultati desiderati.




Nel trail running, come in un qualsiasi sport di resistenza, un'adeguata padronanza delle abilità sopra elencate permette all’atleta di potenziare la capacità di gestione allo stress, capacità di affrontare la fatica ed il dolore, capacità di gestire l’ansia pre-gara e quella in gara.
Nella pallavolo il controllo mentale e la gestione dello stress migliorano l'esecuzione tecnica e potenziano le capacità attentive necessarie ad un ottimale sviluppo della tattica e del sistema di movimento/gioco di squadra.

L’allenamento delle abilità mentali non ha l’obiettivo di trasformare l’uomo in un campione perfetto, bensì, quello di analizzare i suoi bisogni, le sue aspettative, le sue motivazioni, aumentare la conoscenza di sè, la sua autostima per condurlo alla piena realizzazione delle proprie potenzialità in tutti i campi della vita, non solo in quello sportivo.


Il presente post fa riferimento all'articolo "le abilità mentali nel trail running" di Valeria Varello, Psicologa dello sport & Psicologa del lavoro e delle organizzazioni

Borrowed time

La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo.
Non sono le parole, non sono i fiori, i regali. È il tempo.
Perché quello non torna indietro e quello che ha dato a te è solo tuo, non importa se è stata un’ora o una vita.
David Grossman




Un corto pixar non per  tutti

venerdì 18 novembre 2016

Repost: Fermare il tempo e godersi la vita

Nella teoria della relatività non esiste un unico tempo assoluto, ma ogni singolo individuo ha una propria personale misura del tempo, che dipende da dove si trova e da come si sta muovendo.
(Stephen Hawking)


Vi voglio riportare un articolo che mi ha incuriosito molto e fatto ragionare dal titolo "Fermare il tempo e godersi la vita" scritto da Daniel Bulla, allenatore professionista specializzato in Leadership & Behavioral Economics incrociata casualmente su LinkedIn.

Qui di seguito il testo:

Non so tu, ma io non riesco davvero a fare tutto. Le giornate sono sempre troppo brevi rispetto alla mia lunga to-do list, quella sorta di bestia mitologica che, chissà come, si autoalimenta ogni giorno ingrandendosi a dismisura. Per qualcuno questo fenomeno rappresenta una faccenda positiva: il tempo passa velocemente, e subito arriva la sera. Ma per molte altre persone, e io sono tra queste, non sempre risulta piacevole accorgersi che il tempo è passato, la settimana è già finita e sei diventato un po' più vecchio.

"Sembra ieri che abbiamo incontrato Beppe, e invece sono già passati dieci giorni".

Settimane corte, fiato corto. Per quanto tiri sai, però, che la coperta è corta, dice Ligabue.

La consapevolezza del trascorrere continuo del tempo a qualcuno piace, ad altri no. Ai primi piace forse perchè non amano fondamentalmente quello che fanno (o meglio, che sono costretti a fare)? E perchè gli altri, quelli del secondo gruppo, sembrano così innamorati della loro vita al punto da non sopportare il trascorrere del tempo?

Panta rei.

Tutto scorre, dal greco πάντα ῥεῖ. Celebre affermazione attribuita ad Eraclito di Efeso (535 a.C. - 475 a.C.), il filosofo definito "l'oscuro" da Aristotele, per via del suo modo criptico di esporre idee e considerazioni. La realtà è mobile, cambia in continuazione, e gli uomini non possono sperimentare due volte lo stesso fenomeno. Panta rei, appunto, tutto scorre. Per spiegare questo passaggio Eraclito ricorre ad una metafora meravigliosa, talmente bella da attirare l'attenzione di Platone, che gli dedica alcune righe del suo Cratilo. Ebbene, Eraclito spiega il continuo trascorrere della realtà con la metafora del fiume:

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume.

Siamo sottoposti ad una legge inesorabile, che ci impedisce di fare due esperienze identiche a causa dello scorrere del tempo, così come risulta impossibile toccare per due volte la medesima acqua del fiume.

Pensa che il concetto del divenire, inteso come cambiamento continuo, mutamento, è uno degli argomenti più dibattuti nella Filosofia. Da una parte ci sono i "dinamici", come Eraclito, e dall'altra gli "statici", come Parmenide di Elea, grande oppositore delle tesi dei "dinamici". Secondo Parmenide il divenire crea solo una grande confusione, meglio quindi adottare una posizione ferma, razionale e decisa:

Ciò che è...è.
Ciò che non è...non è.

Punto. Non ci sono vie di mezzo. O esisti o non esisti. Chi Diavolo ha inventato questa fandonia dell'essere umano che viene creato dal nulla e poi si trasforma in nulla, chiedono gli Eleati.

Fortunatamente Eraclito e Parmenide non frequentavano la stessa osteria, altrimenti sarebbero state legnate, soprattutto dopo una scodella di rosso.

Ma chi ha ragione, alla fine? Meglio l'Essere (Parmenide) o il Divenire (Eraclito)?

Il tempo non esiste.

Da Einstein a Carlo Rovelli, molti fisici sostengono che il tempo sia un'illusione, per quanto "tenace". Ma già il buon vecchio Aurelio Agostino d'Ippona, conosciuto semplicemente come S. Agostino, nel IV secolo dopo Cristo affermava:

Il tempo? Se non me lo chiedi so cos’è. Ma se me lo chiedi non lo so più

In effetti, se ci pensi, è piuttosto complicato dare una definizione semplice di "Tempo". Non lo vedi, non lo senti, non lo odori, non lo tocchi e non sai che sapore ha. I tuoi 5 sensi non riescono ad intercettarlo. C'è bisogno di un oggetto per catturare il Tempo attraverso i sensi:

Vista: vedi le lancette di un orologio
Udito: senti il ticchettio delle lancette, o il sonar delle campane
Olfatto: l'odore di un cibo avariato svela il trascorrere del tempo
Tatto: tastando la superficie del pomodoro senti che i tempi sono maturi, ora puoi raccoglierlo
Gusto: quando senti in bocca il tannino smussato di un Sagrantino imbottigliato 20 anni fa (e, commosso, ringrazi l'inventore della bottiglia, quello del tappo di sughero e soprattutto quello del cavatappi).
Ti sei accorto, immagino, che del Tempo possiamo captare solo il trascorrere, ovvero il manifestarsi del Presente rispetto ad un Passato.

Manca un pezzo.

Hai capito bene, manca il Futuro. Ma eccolo che, subdolamente, emerge sotto forma di to-do list, la lista delle cose che dovrò fare, alcune delle quali dovranno aspettare, perchè non c'è Tempo.

Il Futuro, dei tre, è il più subdolo, quello che alimenta maggiormente le nostre illusioni sul Tempo: siamo sicuri del nostro Passato e del nostro Presente. Il Futuro potrebbe non esserci, è incerto. Ma com'è allora che viviamo puntando tutto su una cosa che potrebbe non arrivare mai? Una vita basata sull'investimento incerto nel Futuro: bella roba.


Pensa un attimo a come usi la fotocamera del tuo cellulare: nella maggioranza dei casi, che tu sia in spiaggia, ad un concerto, di fronte ad una chiesa o sopra una torta con 40 candeline accese in tuo onore pronte per essere spente, senti il bisogno di immortalare il momento presente con una bella fotografia, che guarderai più avanti. Fotografi il Presente per fermarlo, e per rivedertelo con calma più tardi. E per poter fare questa super stronzata hai anche speso 800 euro da Mediaworld.

Fantastico.

"Passami un attimo il cellulare", urli mentre tutti attendono l'imponenza di un soffio degno di Poseidone per spegnere quelle maledette candeline. Ognuno con in mano i propri 800 euro, pronto a scattare la foto da un'angolatura differente.

Sei riuscito a fermare il tempo, ma alla fine lui si prenderà nuovamente gioco di te. Il Supremo Illusionista ti farà scordare di avere quelle decine di foto sul cellulare, che però scaricherai, per sicurezza, sul tuo PC (si sa mai) alla fine per non rivederle mai più.

Come si ferma il tempo?

Il tempo si ferma da solo, non ha bisogno di essere bloccato da un essere umano. Basta aprire gli occhi sulla sua manifestazione attuale, ovvero il Presente.

Per goderti la vita goditi una cosa del tuo presente ogni giorno. Devi solo imparare a sceglierla. Vuoi un consiglio?

Quando pensi ad una delle vacanze più belle probabilmente il tuo cervello ti spedisce una mail con una bella "foto" allegata: tu che ti fermi e guardi il panorama (qualsiasi esso sia). Sei lì, davanti al Golfo dei Poeti, mentre osservi la linea dell'orizzonte che si colora di tinte arancio e rosa. E sospiri. Ah che meraviglia: è indimenticabile, pensi con la faccia da babbeo.

Quella volta hai fermato il tempo: la fotografia l'ha fatta il tuo cervello, l'ha conservata per te e te la rispedisce quando la chiedi. Si, forse un po' sbiadita, ma va bene così. Sai come ci è riuscito il cervello? Grazie al tempo che tu gli hai dedicato. Quello che invece non fai quando scatti un milione di pics col telefono, per non perdere tempo.

Dedica tempo al tuo cervello e cambia la tua vita.

Puoi "fermare" il tempo ogni giorno: devi iniziare fermando te stesso e contemplando una cosa della tua vita come fosse il panorama di Capocaccia al tramonto. Bastano 3 minuti di orologio (...). Devi solo scegliere un oggetto e un momento in cui nessuno ti possa disturbare: ti fermi, osservi, contempli. Si chiama mindfulness.

Io tutte le sere guardo i miei bimbi mentre fanno la nanna, uno dei più bei panorami esistenti al mondo: mi metto lì e li osservo con calma, i loro visi, gli occhi chiusi, il respiro regolare, dando tempo al mio cervello di consolidare l'immagine. Mi servirà tra qualche anno, ne sono certo.

venerdì 11 novembre 2016

Trail running: qualcosa in più di una corsa

La meravigliosa ricchezza dell'esperienza umana perderebbe qualcosa della gratificante gioia che dà se non ci fossero limitazioni da superare. Il momento del raggiungimento della vetta sarebbe enormemente meno meraviglioso se non ci fossero vallate buie da attraversare.
Helen Keller, My Religion


Jesse Owens diceva una cosa che anch'io credo: "Ho sempre amato correre, è qualcosa che puoi fare da solo, unicamente grazie alla tua volontà. Puoi andare in qualsiasi direzione, correre lento o veloce, o contro vento se ne hai voglia, scoprire nuovi luoghi usando solo la forza dei tuoi piedi ed il coraggio dei tuoi polmoni".
Correre è un'esperienza...correre un trail running è qualcosa di più.

Obiettivo del prossimo anno nel mirino: marcia e maratona del montegrappa: 23 luglio 2017...32 o 42 km: ce la farò a spostare ancora un po' il mio attuale limite?