sabato 19 agosto 2017

Scrivere salverà il mondo?

L'arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s'accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente



Scrivere salverà il mondo??
Non lo so, però potrebbe farci stare meglio.

Innanzitutto la domanda è: perché dovrei scrivere?? Serve molto tempo che nel caos della vita quotidiana è difficilissimo trovare; è faticoso; ci pone sotto il giudizio di altri e non c' guadagno economico se non per scrittori professionisti.

Allora perché la gente scrive o dovrebbe farlo?
1. Ci aiutare a buttare fuori le nostre emozioni. Pensando a grandi del passato come i vari Kafka, Pascoli, Petrarca si tratta soprattutto di tirar fuori emozioni negative (dolore, rabbia, frustrazione).
2. Aiuta a riordinare le idee. In questo senso riflettere o raccontare la propria vita o episodi di essa ci permette di instaurare un dialogo interno a noi stessi che produce una portentosa analisi e rielaborazione dei fatti, oltre a fermare i pensieri (che nella nostra mente vagano sparsi e in modo confuso)!
3. L'azione dello scrivere è fisicamente più onerosa, in termini di tempo, di quella del pensare: riversare parole su un foglio rallenta temporaneamente il flusso di pensieri, favorendo un sano distacco dalle forti emozioni e fornendo al tempo stesso un effetto liberatorio.

Da quasi vent'anni un crescente numero di studi di carattere prevalentemente psicologico (ma non solo), ha dimostrato come scrivere, soprattutto riguardo ad eventi negativi, può far bene.

James W. Pennebaker, psicologo esperto in “benefici della scrittura”, in una lunga serie di studi sperimentali chiese alle persone di scrivere emozioni e pensieri riguardo ad eventi particolarmente difficili e traumatici della loro vita, per alcuni minuti e per alcuni giorni, cercando cosi di capire i meccanismi sottesi al potere dello scrivere; definì con il termine di “scrittura espressiva” questo suo paradigma sperimentale. In seguito a questi esperimenti Pennebaker capì che scrivere le proprie emozioni, i pensieri e i sentimenti più profondi riguardo ad un evento traumatico, stressante e fortemente emotivo, poteva incidere positivamente sulla salute fisica e psicologica in quanto questo permetteva una maggiore rielaborazione mentale ed emozionale degli eventi, facilitando così la comprensione ed il significato di certi avvenimenti e del proprio stato d’animo.
Secondo altri studiosi, Sloan & Marx, 2004, il fatto di scrivere dei pensieri ed emozioni più profonde riguardo ai propri traumi o eventi negativi e dolorosi, indurrebbe un miglioramento dell’umore, un atteggiamento più positivo e una migliore salute fisica.
Leggendo senza approfondire troppo sono rimasto particolarmente sorpreso e incredulo dal rapporto tra la scrittura espressiva e i miglioramenti fisiologici che essa porta! Si tratta di parametri fisici, passatemi il termine, molto rilevanti tra cui:
- frequenza cardiaca;
- pressione sanguigna;
- aumento dei linfociti-T del sistema immunitario;
- sistema nervoso autonomo.
Non solo, ma oltre agli aspetti fisiologici sono stati classificati anche quelli benefici di tipo psicologico derivanti dallo scrivere:
- stress e ansia: permettendo un’espressione delle emozioni inibite e nuove modalità di affrontare le situazioni ansiogene e stressanti;
- depressione: favorendo pensieri, sentimenti più positivi e nuove modalità di coping e di problem solving;
- disturbo post traumatico da stress: facilitando una diminuzione dei sintomi del disturbo;
- difficoltà emotive in pazienti con cancro: permettendo un miglioramento dell’umore attraverso l’espressione degli stati d’animo dolorosi;
- disturbi del comportamento alimentare: inducendo un miglioramento nella propria immagine corporea ed una diminuzione dei sintomi del disturbo;
- alessitimia: permettendo un miglioramento dell’inibizione emotiva;
- difficoltà nelle relazioni sociali: favorendo una migliore comunicazione interpersonale.



Nel 2002, Lepore, Greenberg, Bruno e Smyth riscontrarono un particolare meccanismo alla base dello scrivere:
La Regolazione delle emozioni. 
Lo scrivere faciliterebbe l’autoregolazione delle emozioni, permettendo un miglior controllo di queste e trasmettendo all’individuo una maggiore auto efficacia, in quanto questo processo induce la sensazione che i traumi, gli eventi stressanti e i cambiamenti, possano essere maggiormente controllati, riducendo di conseguenza i sentimenti negativi e generando un miglior benessere psico-fisico.

Non bisogna essere scrittori per poter scrivere: l’uso dei social network favorisce in parte l’abitudine di scrivere di noi stessi con altre persone, ma forse basterebbe anche solo scrivere su un bel foglio di carta come una volta per ottenere effetti benefici.

Se scrivere delle proprie emozioni negative può fare bene, scrivere in un blog può risultare ancora più efficace. Capite meglio ora perché una mente contorta come la mia bazzichi da queste parti??
Una ricerca svolta dall'University of Haifa in Israele ha dimostrato i benefici che derivano dalla scrittura. Scrivere in un blog permette di fare il salto dal "confronto con se stessi" al "confronto con il mondo esterno". La maggior parte delle persone infatti, hanno paura di esprimere le proprie debolezze, per paura di essere giudicati e non voluti, mentre sembrerebbe che questa paura non si manifesti o comunque si manifesti di meno dal confronto con gli estranei. Oltretutto scrivere in un blog  può portare ulteriori punti di vista e nuove soluzioni alle quali spesso chi scrive per sé non riesce ad arrivare in quanto vive all'interno del problema stesso!

E torniamo al solito discorso:

no man is an island!



No man is an Island, intire of it selfe; every man is a peece of the Continent, a part of the maine...
John Donne, Devotions Upon Emergent Occasions 

Scrivere questo post mi ha permesso di smaltire il nervosismo dovuto alle (ahimé) solite notizie del tg, e ricordare che le cose importanti per vivere in una società perfetta sono sempre le stesse:
rispetto(di se stessi e degli altri), ascolto e dialogo....ce la faremo mai???
Chissà che ragionarci su scrivendo e prendendosi il tempo per riflettere sulle nostre azioni non aiuti un po' tutti a creare un mondo migliore.

martedì 1 agosto 2017

La quotidiana guerra di un allenatore di volley

E’ stato ar fronte, sì, ma cor penziero,
però te dà le spiegazzioni esatte
de le battaje che nun ha mai fatte,
come ce fusse stato pe davero.

Avresti da vedè come combatte
ne le trincee d’Aragno. Che gueriero!
Tre sere fa, pe prenne er Montenero,
ha rovesciato er cuccomo der latte.

Cor su sistema de combattimento
trova ch’è tutto facile: va a Pola,
entra a Trieste e bombarda Trento.

Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza,
Pe me – borbotta – c’è ‘na strada sola”
e intigne li biscotti ne la tazza.

Trilussa, L’eroe ar caffè




Da neofita e sprovveduto nel mondo “dell'allenamento” e “dell'allenare” (o del coaching come si dice ora) mi capita spesso di tenere le orecchie ben aperte per cercare di apprendere tutto quello che si può imparare, come si dice a Roma, aggratise (traducendo: “gratuitamente”) dalle esperienze e dai racconti di chi quel mondo lo ha vissuto e lo vive più di me.

Giocando da un po' di anni in giro per l'Italia ho avuto anche la fortuna di vedere e sentire campane diverse, partecipare a corsi di vario genere e argomento e, ultimo ma non meno importante, vivere sulla mia pelle alcune situazioni.

In questi giorni, tranquillamente seduto a cena a un tavolo di amici allenatori, per l'ennesima volta ho dovuto sentire come in quel luogo in cui ci trovavamo ci fossero i migliori allenatori d'Italia. Non faccio nomi perché lo stesso discorso lo potrei fare per tanti altri luoghi della penisola fornendovi ogni volta una spiegazione plausibile e vera. Tutti quanti siamo sempre nel posto in cui si fa la migliore pallavolo!
Quando, però, parliamo di risultati, sia in termini di vittorie sportive, che di creazione di talenti o di programmazione tutti tornano in trincea: “ma qui i soldi sono pochi”, “ qui c'é il calcio che porta via i talenti”, “non ci sono le palestre”, etc. Solitamente il discorso poi finisce, a meno che il sottoscritto non si innervosisca (purtroppo sto invecchiando e capita sempre più spesso), più o meno così: “guarda la storia, qui ci sono da sempre giocatori e squadre importanti”, etc..

Riassumendo: è tutto bello, ma quando fai notare che non è proprio così escono fuori le scuse e si adducono prove delle proprie capacità che a volte risalgono fino anche agli anni '70!
Ovviamente, come sempre, sto esagerando e generalizzando un po' il concetto per renderlo più chiaro.

Quello che mi chiedo è: una volta appurato che siamo in una situazione buona, media o pessima, cosa può fare un allenatore per renderla migliore, a prescindere di come la valuta? Come può fare andare avanti la pallavolo senza rivangare i fasti del passato o cercare col lanternino i buoni risultati del presente?

Su questo discorso si potrebbe aprire un mondo, ma quello che io credo è che sia la persona a fare la differenza in un sistema: dopodiché se il sistema è funzionante e funzionale è ovvio che i risultati del singolo saranno maggiormente esaltati e utili alla comunità piuttosto che in un sistema poco oliato e mal funzionante. Resta il fatto che la persona giusta, anche in un posto difficile, può e deve fare la differenza. Non sono sprovveduto: parto dal presupposto che per “posto difficile” si possa intendere (ed è sacrosanto) anche mancanza di spazi, stipendi, ragazzi, palloni...ma non possibilità o opportunità!

Dando per assodate tutte queste premesse mi sono chiesto se potrò mai diventare un allenatore con tutte le carte in regola? Conseguentemente la domanda è: quali sono le caratteristiche che un allenatore deve avere per produrre risultati?

Apro una parentesi: il risultato è l'obiettivo programmatico della società o dell'allenatore e non per forza combacia con la vittoria sul campo!

Mi è rimasto molto impresso un dialogo che ho avuto con un allenatore della Mens Sana Basketball Academy, settore giovanile senese, tra i migliori in Italia, che mi faceva notare come dietro il loro allenare c'è una filosofia ben definita che ha l'obiettivo di creare giocatori (e allenatori!) di primo livello a scapito anche di titoli nazionali che, modificando di poco alcune metodologie di allenamento, potrebbero essere ottenuti con relativa facilità o comunque, potrebbero essere un po' più alla portata. Chiudo qui la parentesi altrimenti mi dilungo troppo.



Ho provato, pertanto, basandomi anche su analisi di esperti e chiacchieroni da bar (non tutto quel che viene detto al bar è sbagliato, anzi!) a identificare alcune caratteristiche che un allenatore secondo me deve avere:

1. Curiosità
Sottotitolo: coraggio, passione e competenza
Non potevo non metterla per prima visto l'inizio del post. Per curiosità intendo la voglia di studiare e aggiornarsi, la ricerca di stimoli e il coraggio di sperimentare: senza curiosità non c'è miglioramento, ma uno stallo continuo che porta all'indolenza e toglie brio in primis all'allenatore e, in rapida successione, a tutti i giocatori. La mancanza di curiosità intesa in questo senso è, secondo me, la malattia comune alla maggior parte degli allenatori a tutti i livelli. Essere curiosi implica fatica e sacrifici che quasi sempre non hanno un corrispettivo tangibile. Chi vive di curiosità si nutre di passione: forse il tempo storico non è quello giusto per una dieta del genere, ma credo che se si sceglie di diventare allenatori bisogna mettere in conto questa situazione. Un allenatore è un innovatore, un ricercatore e una figura dinamica per definizione. Chi allena senza pensare, tanto per passare due ore in palestra, dovrebbe ripensare qualcosa della sua vita!

2. Comunicatività
Questo punto è tanto banale quanto vasto. Il concetto è molto semplice: sul lungo periodo, se vuol essere seguito da una squadra, un buon allenatore deve essere in grado di sentirla e farsi sentire. Questo punto è molto importante e anche causa di molti fraintendimenti: la comunicazione è bidirezionale! Esistono e si stanno sviluppando in questi anni tanti studi e metodologie per migliorare la capacità di far comprendere agli altri quello che si vuole dire. Per allenare non basta: si può essere ottimi oratori, ma pessimi comunicatori. Per comunicare bisogna dire ed ascoltare o, meglio ancora, sentire e sentirsi! Da questo punto di vista mi permetto di fare una considerazione molto personale e datata nel tempo. Ho avuto la fortuna di avere come allenatore in nazionale juniores, qualche secolo fa, Angelo Lorenzetti, attuale allenatore di Trento. Per la mia esperienza lui non era un abile oratore, ma è stato un eccellente comunicatore perché da giocatore percepivo fiducia e sapevo sia quali erano i miei obiettivi sia che, se avessi fatto quello che mi suggeriva lui, li avrei raggiunti.
Altro esempio è Mauro Berruto per la comunicatività sul breve periodo. Di lui si può dir tutto tranne che non sia un bravo e ordinato oratore/scrittore (al di là dell'essere d'accordo su quello che dice che nel nostro caso è irrilevante), ma più che questo aspetto mi piaceva di lui la gestione della comunicazione nel time-out: tre input, mai di più, precisi, espressi in maniera chiara e che di solito davano ad ogni giocatore una sola cosa a cui pensare. Facendo un confronto televisivo con Lorenzetti si può notare questo:
il time out di Berruto dà informazioni chiare anche a chi è seduto sul divano di casa con birra e/o gelato in mano, quello di Lorenzetti è assolutamente incomprensibile. Eppure vi assicuro che l'efficacia è la stessa per i giocatori perché gesti e parole chiave che sottintendono concetti hanno lo stesso peso per chi li riceve di un discorso ben articolato se dietro c'è altro. In entrambi i casi non importa solo come si dice qualcosa, ma come funziona lo scambio bidirezionale giocatori/allenatori: se questo funziona la squadra viaggia insieme compatta e si supera tutto...altrimenti non si va da nessuna parte.
Comunicare è “dare e essere recettivi nel ricevere”



3. Esempio (o leadership?)
Un allenatore è una guida a tutti i livelli e in tutti i sensi, non solo nel gioco e nei suoi sviluppi. A livello giovanile secondo me dev'essere, addirittura, prima un educatore (che non deve sostituirsi alla famiglia, ma affiancarla) e poi un tecnico.
La cosa che ho notato è che se un giocatore non considera un buon esempio nella vita di tutti i giorni il suo allenatore, non gli darà rispetto nemmeno in palestra: il che non significa che non obbedirà ai suoi comandi, ma che semplicemente lo farà in maniera meccanica, senza metterci del suo e bloccando quella comunicazione bidirezionale di cui si parlava al punto 2.
L’allenatore, sia nei settori giovanili che nelle prime squadre, è l’esempio. La sua mentalità, il suo modo di fare e il suo atteggiamento influenzeranno di conseguenza il comportamento dei giocatori. Per questo, in questa caratteristica, non rientra solo il carisma, ma anche l’immagine e l’educazione. Essere una persona limpida, senza ombre, aiuta all’interno di uno spogliatoio e permette al tecnico di essere sempre in una posizione di forza rispetto ai giocatori.

A questo aggiungerei la capacità di affrontare tutte le situazioni con un atteggiamento positivo, dinamico e, tornando al punto 1 del post, di curiosità.

Come allenatore ho la responsabilità per quello che si fa in campo ma anche fuori, per questo cerco di conquistarmi il ruolo di leader, per farmi seguire. Si dice che io incuta timore, ma per imporsi non ci sono spartiti precisi, bisogna cercare di farsi seguire, col buon esempio, attraverso il comportamento personale. 
Zdeněk Zeman




4. Competenze e capacità di riportarle ai propri giocatori
Questo punto si spiega da solo. Bisogna STUDIARE per pensare di poter allenare! E quando dico studiare non mi riferisco solo alla tecnica o alla tattica, ma anche ai modi per rendere le nozioni facilmente assimilabili dai nostri giocatori. Penso che aver giocato possa aiutare, ma solo in piccola parte. La competenza, infatti, va ben oltre l’esperienza. Bisogna entrare nell’ottica di essere innanzi ad un nuovo punto di partenza ed essere delle “spugne” pronte ad assorbire ogni insegnamento, scevri di preconcetti e convinzioni antecedenti. Solo con questa base si può divenire poi un allenatore competente, in grado di imparare anche dopo anni e anni di carriera e adattarsi alla continua evoluzione del mestiere.

5. Autocritica e capacità di gestire i giudizi
Aggiungerei anche la capacità di gestire i pregiudizi!
Fondamentalmente è tutto semplice quando i risultati arrivano e la squadra gira alla grande. Ma la carriera di un allenatore è fatta principalmente da sconfitte più che da vittorie (a parte rare eccezioni). Per questo è fondamentale saper essere autocritici, capire quando l’errore sta a monte e non a valle, cioè alla sconfitta sul campo da gioco. Questa qualità è necessaria per un allenatore che vuole innovare e migliorare, se stesso come la squadra. E ricordiamoci sempre che la vittoria non è solo quella legata al risultato del campo!
Discorso critiche. Personalmente mi danno un fastidio esagerato, però passato il primo momento di permalosità mi sono state sempre molto utili (da giocatore) per due ragioni:
a. sono uno stimolo a far vedere che sono forte (perché nessuno lo dice, ma tutti pensano di esserlo...credo sia una condizione sine qua non è impossibile giocare ad alti livelli o raggiungere obiettivi molto importanti in relazioni alle proprie capacità)
b. che ci piaccia o no molte sono critiche giuste. Oltretutto ascoltare più punti di vista ci consente di avere un quadro più completo della situazione e sviluppare soluzioni più centrate e idonee



6. Capacità di programmazione
Questa abilità la vorrei intendere in senso ampio: non è solo costruire un programma tecnico o tattico, ma viverlo e portarlo avanti quotidianamente adattandolo e supportandolo.
Ogni allenatore, anche involontariamente, parte con delle proprie idee o basi. Può essere un sistema di gioco, un determinato tipo di mentalità, una visione tecnica: ogni allenatore imposterà il proprio lavoro su queste fondamenta. È dunque importantissimo che un buon tecnico sia in grado di programmare il lavoro del suo gruppo, passo dopo passo, sulla base di metodi in cui crede fermamente. Non si possono improvvisare allenamenti o lezioni tattiche. Bisogna essere al tempo stesso pronti ai cambiamenti, ma pazienti nell'attendere i risultati. Cambiare, restare in equilibrio e avere pazienza: elementi in antitesi ma tutti ingredienti follemente fondamentali per ogni allenatore che voglia raggiungere i suoi obiettivi.
Aggiungo una considerazione: avremo a che fare con ragazzi di cui circa la metà verrà scontentata ogni domenica, con dei tifosi che pretendono risultati e con una dirigenza che pretende il raggiungimento di determinati obiettivi. Da allenatori saremo il filo che collega tutte queste posizioni, il funambolo che, in base alla situazione da affrontare, è sempre costretto a scegliere senza snaturare la programmazione: niente arriva subito e perciò l'arte dell’attesa è fondamentale. Saper attendere e, soprattutto, incassare i colpi è, purtroppo o per fortuna, una capacità che se non abbiamo dovremo sviluppare se vogliamo fare questo lavoro!


Credo che senza anche solo una di queste 6 caratteristiche definirmi "allenatore" sia molto ottimistico. Vorrei chiudere lo sproloquio odierno facendo mia e adattando una frase di derivazione calcistica che penso mi apparterrà quando passerò dall'altro lato, se mai accadrà in maniera definitiva e univoca:

[Il calcio] La pallavolo è già difficile per chi ne capisce, figuriamoci per gli allenatori.

[Franco Rossi ft] Myself





mercoledì 28 giugno 2017

Camminare in vetta

La montagna mi ha fatto capire che è da sciocchi mettere la vita in banca sperando di ritrovarla con gli interessi. Mi ha aiutato a non essere troppo tonto, anche se un po’ tonti si è tutti da giovani. Mi ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere.
Mauro Corona, Nel legno e nella pietra



Siamo spesso portati a pensare che una vittoria sia un punto di arrivo. Quante volte paragoniamo un'impresa sportiva ad una scalata? Preparazione, fatica, sforzo continuato e finalmente raggiungimento della vetta!
Leggendo la frase di Corona ho realizzato una cosa talmente ovvia e banale quanto vera: arrivati in cima alla montagna siamo solo a metà strada, perché bisogna scendere se si vuole realizzare qualcos'altro nella vita!
Oltretutto chi corre in montagna, o anche chi è appassionato di passeggiate tra i monti, sa bene che la discesa può essere difficile tanto quanto la salita se non di più!
Non credo ci sia un'immagine più esatta di questa per definire la difficoltà di confermarsi vincente: non basta scalare una montagna, ma bisogna scendere e ripartire ancora.

A voler essere più precisi la discesa è assimilabile a quella parte scivolosissima del riconfermarsi in cui si mescolano pericolosamente sentimenti di soddisfazione, euforia e rilassamento ad aspetti tecnici e di allenamento molto diversi da quelli che un atleta vive durante la fase finale della sua competizione.

La fase post competizione è un periodo di cambiamento nell'allenamento e nella preparazione che si interseca con mille situazioni di disturbo (psicologico ma non solo) e può generare un aspetto boomerang che per alcuni atleti è devastante. Affrontare male una discesa, azione che percepiamo come facile, ci abbatte e ci rende frustrati: questo aspetto, contrapposto all'euforia della vittoria appena perseguita viene amplificato generando un turbinio di sensazioni negative che entrano nell'animo dell'atleta proprio quando questo giunge finalmente a valle e deve ripartire per una nuova scalata.

Allenarsi per eccellere avendo la testa assente e distratta o con la testa “negativa” è totalmente non producente.

Dopo queste considerazioni la domanda è: come rendere un atleta vincente nel lungo periodo? Risposta: motivazione, vittorie (dove per “vittorie” leggete “obiettivi raggiunti”) e allenamento del killer instinct.

Partiamo dal presupposto che momenti di distrazione e rilassamento non solo sono normali, ma consigliati! E' impossibile per chiunque essere sempre al 100% fisicamente o a livello di concentrazione.
Il killer instinct è proprio quella capacità di estrarre il 100% del potenziale nei momenti che contano e, secondo me, è allenabile!

Come allenare il killer instinct? Semplice: dando ai propri atleti un obiettivo raggiungibile (e fin qui niente di nuovo da qualsiasi manuale) e che a loro piace raggiungere!

Leggendo la biografia di Federer salta fuori che già a cinque anni si allenava con impegno nel tennis, amava questo sport e aveva dei compagni con i quali aveva una rivalità positiva (obiettivo raggiungibile e che a lui piaceva raggiungere) per motivarsi a migliorare costantemente e dare il massimo sia in allenamento che in partita. A lui piaceva vincere quando giocava a tennis!
E' quindi passato a chiedere lezioni personalizzate all'età di dieci anni: veniva preso in giro perché già così piccolo dichiarava che voleva diventare il migliore al mondo!
C'è una regola non scritta: se non vuoi sul serio diventare il migliore al mondo non diventerai mai il migliore al mondo.
Ovviamente non tutti ci riescono, ma quelli lo fanno se lo erano posti come obiettivo fin da piccoli. A 14 anni Federer era ormai il migliore della sua età in tutta la svizzera. Il resto è storia.



Riprendendo le fila del discorso direi che un bravo allenatore deve usare la fase di “discesa dal monte” per inculcare questo aspetto del godere nel centrare l'obiettivo nella mentalità dell'atleta. Tornando al paragone montanaro di prima, scendere lasciandosi andare comporta cadute scoordinatissime! La discesa, molto più della salita, va fatta con passi brevi e accorti: così possiamo approfittare della leggerezza mentale dell'atleta per dargli obiettivi nuovi, ma facilmente raggiungibili, migliorando la sua esperienza positiva.

Faccio un esempio. Quando torno in palestra dopo una sconfitta importante mi sento pesante e nervoso, al contrario dopo una vittoria mi sento galvanizzato e propositivo. Dopo la vittoria è il momento giusto per perfezionare gli aspetti della tecnica che faccio bene, ma non benissimo. In soldoni è il momento di perfezionarsi. E' il momento di consolidarsi, non di cercare novità. La successione logica è più o meno:

- non cambio gli equilibri
- posso concentrarmi su qualcosa che già mi viene bene, quindi nella peggiore delle ipotesi non andrà male e resto inconsciamente concentrato e positivo
- miglioro di poco, ma frequentemente perché curo aspetti singoli e specifici
- continuo ad immagazzinare elementi e situazioni positive

Quest'ultimo punto tornerà utilissimo quando l'atleta si ritroverà nel corso della nuova scalata: in pratica rivivrà le situazioni di successo precedenti e quindi dirà al suo corpo di dare il massimo sapendo già quali sensazioni ricercare.
E' un meccanismo di auto-motivazione che si può indurre indirettamente col giusto sistema di allenamento.
A questo perfezionamento, parte centrale dell'allenamento, piano piano aggiungerei sommessamente anche gli aspetti meno buoni e che più necessitano migliorie: trovandoli nel mezzo di sensazioni positive saranno più facilmente digeriti e assimilati dall'atleta. Un cambiamento ci deve essere, ma non deve risiedere nella testa!

D'altronde il vecchio adagio recita:
Si cambia sempre quando le cose vanno positivamente; non è sufficiente fare le cose bene e in maniera corretta: 

Bisogna fare le cose meglio. Solo così si continuerà a vincere.

Un buon promemoria
solo vincere aiuta a vincere!

sabato 24 giugno 2017

I prefer not to

Capisci ora, Bulkington? Sembra che tu afferri barlumi di quella verità intollerabile ai mortali, che ogni pensare serio e profondo è soltanto l'intrepido sforzo dell'anima per mantenere la libera indipendenza del suo mare, mentre i venti più selvaggi della terra e del cielo cospirano a gettarla sulla costa traditrice e servile. Ma siccome nell'assenza della terra soltanto sta la suprema verità senza rive, infinita come Dio, così meglio è perire in quell'abisso ululante che venire vergognosamente sbattuto a sottovento, anche se in questo fosse la salvezza. Poiché, allora, oh! chi vorrebbe come un verme strisciare vilmente a terra? Terrore dei terrori! È così vana tutta quest'angoscia? Coraggio, Bulkington, coraggio! Tienti ferocemente, semidio! Su dagli spruzzi della tua morte oceanica, su, in alto, balza la tua apoteosi! 
Herman Melville, Moby Dick




Prefazione:
Il titolo è un'altra citazione di Melville, ma tratta da "Bartleby lo Scrivano".
La domanda che voglio fare è: hai capito qual è la responsabilità e la bellezza del ruolo dell'allenatore?? Perché sceglierlo come "mestiere"? 

Se non hai già la risposta probabilmente prima di approcciarti a questo ruolo è meglio che ci pensi ancora un po'!!
Nel frattempo provo a vedere se per caso con questo post riesco a chiarire (e a chiarirmi) le idee!!

Non mi era mai capitato di trovare qualcun'altro che come me associasse pensieri sportivi e libri....ecco invece un divertente articolo sulla figura dell'allenatore scritto da Dino De Angelis e tratto dal sito http://www.rmsport.it:

"Il coach è di per sé una creatura piuttosto strana, spesso solitaria e ciononostante in grado di dettare la strada per tutti quelli che gli ruotano intorno: in primis i giocatori che ha a disposizione, ma poi anche tutto l’ambiente, i tifosi, i dirigenti, i mass media. Con i giornalisti si sforza da sempre di avere un atteggiamento di cordialità – del resto non potrebbe fare altrimenti -,  ma qualche volta vorrebbe mandarne a quel paese qualcuno che proprio certe sue mosse non le ha capite e non le capirà mai. Eppure, se non lo provocano con domande troppo idiote specialmente dopo una sconfitta, risponde sempre con un sorriso, mostrando tutta la sua disponibilità.

Figura quasi mitologica, se dovessimo rappresentarlo con una sola immagine, il coach lo vedremmo bene come il capitano Achab: dorme poco la notte (specie prima delle partite) , durante la partita sta sempre in piedi in quella piccola porzione preassegnata di parquet che gli sta sempre troppo stretta, e capita sovente che l’arbitro che si trova a passare dalle sue parti gli dice che deve stare attento a non oltrepassare  quel rettangolo (sono quelli i momenti in cui vorrebbe rispondergli: “ma tu pensa alla partita”, ma ancora una volta si trattiene, per non incorrere in qualche stupida sanzione).

Se non ce l’ha con tutti poco manca. Gli arbitri sono nemici da abbattere al secondo/terzo fischio. Solo che non può. In trasferta ci sono anche le tifoserie che ogni tanto un coro glielo riservano, vorrebbe anche lì alzare il dito medio, invece si gira dall’altra parte e sorride amaro (“ve la faccio vedere io, a fine partita cosa ne dovete fare dei vostri fischi”).

Ma i suoi bersagli preferiti, nella maggior parte dei casi, sono proprio i suoi giocatori. Ma com’è possibile che non fanno esattamente come hanno provato cento volte in allenamento? Ha una parola per tutti, e la maggior parte di quelle parole non sono precisamente delle rose profumate.

In quel rettangolo maledetto in cui è confinato sembra uno che sta scontando qualche pena, il capitano Achab che è sempre attento ad avvistare quella Balena Bianca imprendibile che riappare e subito dopo scompare e lui lì, ogni maledetta domenica  a cercare la rotta giusta per afferrarla, pronti, via, e ogni volta si ricomincia con una palla a due.

Noi spettatori, noi giornalisti, noi fotografi, noi pubblico seduto sugli spalti o in poltrona davanti alla tv, il suo lavoro non lo vediamo mai per quello che è veramente. E non è facile capire il lavoro di un uomo dalla partita che andiamo a seguire: lo osserviamo di tanto in tanto sempre piuttosto solitario, passeggiare e a volte agitarsi e gridare come se fosse stato morso dalla tarantola. Tutto il resto  è un oscuro  lavoro sottocoperta, un lavoro riservato a quei pochi che condividono con lui l’impresa di preparare la battaglia, ovvero la partita, la croce e la delizia che decideranno il suo destino, le sue passeggiate a bordo campo, le sue alzate di mano, le grida durante i quaranta minuti (che sembrano pochi e invece non finiscono mai), e i ritorni a casa la sera, dove, tanto per cambiare, accende la tv e si sintonizza su un canale a vedere qualche altra partita in qualche altro pezzo di mondo. È fatto così. Carattere duro e orgoglioso, lupo solitario e famelico mascherato da agnellino, si placa solo dopo una vittoria, ma dura poco, un giorno al massimo. Se invece ha perso, quella calma non dura nemmeno quel giorno e di notte gli ritorna in mente tutto il film della partita, ma al rallentatore, così può esaminare scena per scena tutte le cazzate che hanno decretato l’insuccesso. Non gli serve per colpevolizzare qualcuno, ma solo per capire meglio il da farsi per la partita successiva. E così gli passano i decenni come fossero minuti di un time-out."

Per altri spunti di riflessione, tratti da Melville, sull'"allenatore", suggerirei di partire dal titolo o da questa frase che segue:

L'anima è come la quinta ruota in un carro.

Qual è o dov'è l'anima di un team?





lunedì 19 giugno 2017

Non saremmo troppo liberi?

Libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono. Se un cittadino avesse il diritto di fare ciò che è proibito, non sarebbe libertà, perché chiunque altro vorrebbe avere lo stesso diritto.
(Montesquieu)

Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù.
(Fëdor Michajlovič Dostoevskij)





Oggi farò ragionamenti a raffica su un ruolo della pallavolo che da quando è stato inventato crea interrogativi agli addetti ai lavori: il libero!

Per alcuni è il ruolo di chi non ha il fisico o è troppo basso per giocare a pallavolo come un giocatore normale. Per altri è il colpevole numero uno dello svilimento del ruolo del centrale. Alcuni ritengono sia una notevole variante tattica... potrei andare avanti così per ore, ma direi che può bastare.

In realtà per chi vive quotidianamente la palestra quelle che ho appena scritto sono solo chiacchiere. I punti principali di dibattito riguardano due aspetti:
1. specializzazione giovanile
2. “psicologia” del ruolo, cioè: a cosa serve e come far fruttare la presenza di questi rapidissimi nanerottoli che girano per il campo nel miglior modo possibile.


Apro una parentesi a proposito del concetto di “nanerottoli”. Ci tengo a fare due precisazioni per quel che riguarda almeno la serie A (A1 o A2 è indifferente):
- mediamente un libero è alto tra i 178 cm (io quest'anno ero tra i più bassi in A2 e questa è la mia altezza) e i 190 cm...considerando che la statura media in Italia per i maschi è 175cm siete sicuri nel dire che siamo bassi??? Parliamone....

- c'è stato un periodo, qualche anno fa, in cui si cercavano liberi alti in modo che potessero coprire un'area maggiore di campo limitando lo spostamento, che nell'alto livello, è spesso impossibile eseguire su tratti “lunghi” vista la velocità a cui viaggia il pallone.

Chiusa parentesi!




Tornando a noi.
Perché scrivere un post del genere?
Qualche giorno fa ho assistito alle finali nazionali giovanili under 18 a Fano: ho visto un episodio (ripetuto più volte) che mi ha fatto veramente irritare e non ho potuto fare a meno di ragionarci su. Per spiegare meglio il mio punto di vista premetto che io non conosco la storia dei gruppi che hanno partecipato alla competizione e quindi penso ai fatti proiettandoli su di me.

La scena:
Libero in zona in ricezione. Dall'altro lato del campo un buon battitore in salto che serve un pallone da 1 a 1 vicino la riga. Il libero svassoia il bagher verso l'esterno del campo. Ace. Cambio. Primo libero in panchina. Entra il secondo libero(mai visto in campo fino a quel momento) che ha la fortuna che il secondo servizio, pressoché identico al primo nello sviluppo, finisca out di 5 cm o poco meno.

Premesso che il primo libero stava giocando bene, la domanda è: perché non dare una correzione tecnica o un suggerimento tattico prima di sostituire? Esempi classici: alza la spalla esterna o fai un passettino più a destra.
La sostituzione dopo un errore a volte è necessaria, ma io credo che la questione stia un po' sfuggendo di mano agli allenatori per diverse ragioni:

A. è più semplice sostituire che correggere...e soprattutto è più semplice cambiare che faticare ad allenare
B. esempio dell'alto livello: purtroppo negli anni in cui le squadre che vincono usano il doppio libero (o come Trento anni fa o come la Lube quest'anno che addirittura usava il secondo al posto di uno schiacciatore) a cascata nelle giovanili aumenta la diffusione di questa pratica.

Purtroppo:

Non esistono piani giusti e piani sbagliati e non esistono regole migliori di altre. Esistono piani che vincono, e quelli stabiliscono le regole che gli altri, ingenuamente, adotteranno come regole giuste.
(Alessandro Baricco)

C. Il regolamento! Ebbene sì: polemizzo anch'io, sperando di incuriosire. Secondo regolamento il libero ha la maglia diversa per poter essere identificato dall'arbitro quando entra ed esce dal campo in quanto può farlo senza richiedere il cambio...e il nodo sta proprio qui! Mi chiedo: un giocatore verrebbe tolto con cotanta superficialità dal campo (vedi esempio sopra) se questo costasse uno dei 6 cambi a disposizione?? Non credo. Il fatto è che togliere il libero è troppo facile. A volte il cambio è più un gesto di stizza che una scelta tattica. Sto generalizzando volutamente, ovviamente, per rendere più chiara la problematica. In un ruolo che ha una psicologia delicata come quello del libero una cosa del genere non è mai molto produttiva. Per quel che riguarda l'uso dei due liberi anche qui vorrei aprire una parentesi che si ricollega al concetto del “cambio”. In certi casi è necessario avvicendare due persone nel ruolo, ma occhio all'effetto “libero” nel valutare i rendimenti:

- il libero di ricezione se sbaglia una sola palla rende imperfetta la sua prestazione che, conseguentemente, agli occhi di uno spettatore assume connotati negativi. Anche dal campo la difficoltà è proprio quella: se non commetti errori hai semplicemente fatto il tuo, altrimenti sei in difetto Peraltro ho scoperto che questo aspetto è molto sentito dai giovani liberi (è uno dei problemi principali dei giocatori di età bassa per loro stessa ammissione) mentre i veterani piano piano si stanno adattando seppur con fatica e ritrosia.

- il libero di difesa funziona al contrario: puoi sbagliare tutti i palloni, ma se ne prendi uno incominci a costruire una prestazione dall'effetto positivo.

Riassumendo: mentre il secondo costruisce una prestazione, l'altro non deve demolirla. Non so se vi sembra la stessa cosa, ma c'è un mondo di differenza riassumibile nei termini “positivo” e “negativo”: cambiare il primo perché sta avendo una prestazione che a sensazione sembra negativa col secondo che ne sta avendo una positiva potrebbe essere un errore o un colpo di genio su cui vi invito a riflettere bene. E' giusto fidarsi delle sensazioni, ma qui la storia è alquanto particolare e le sensazioni possono essere molto discordanti dalla realtà!




Detto ciò, ogni squadra ha la sua storia ed io vorrei solo provare a rispondere ai punti di cui in ordine sparso ho parlato sopra:

1. specializzazione: il problema quando "nacque" il libero fu che era un ruolo troppo specializzante. Adesso siamo arrivati ad avere due liberi nell'alto livello giovanile. Il mio consiglio personale è di non andare a specializzare ulteriormente un libero dandogli il ruolo di difensore o ricettore: oltre a diventare noioso per chi gioca non creeremo un giocatore completo. Sotto questo aspetto già di per sé il ruolo non aiuta: soprattutto ora che il libero deve anche essere un secondo alzatore in campo più cose si sanno fare e meglio è!

2. Copiare l'alto livello è un errore enorme. Conoscere l'alto livello è importante perché dobbiamo puntare, da allenatori, a creare anche quel tipo di giocatori. Riproporre pedissequamente in un under 18 quello che si fa in serie A è perfettamente inutile: bisogna programmare un cammino di crescita per arrivare in serie A a fare determinati esercizi o combinazioni.

3. Regolamento. Premetto che non ho bevuto anche se farò una proposta per poi riproporre quello che potrebbe sembrare il suo contrario.

Proposta A: inserire il cambio del libero “con paletta” tra i 6 cambi a disposizione dei coach. Giochi male. C'è uno in panchina che può far meglio. Ti accomodi. Easy. Succede per tutti. Il vantaggio è che obbliga sia il coach che il giocatore a dover pensare e cercare una soluzione per affrontare una situazione scomoda. Questo,  secondo me, porterebbe una maggior attenzione al problema anche in allenamento. Si perderebbe l'uso del doppio libero, però a livello giovanile forse si avrebbe un maggior focus sul ruolo.

Proposta B: cambi simili alla versione "Americana". Riporto di seguito dal libro delle regole NCAA poi aggiungo la mia proposta

USAV
15.6: a. Twelve substitutions are the maximum permitted per team per set. Substitution of one or more players is permitted at the same time.
b. A player in the starting line-up may leave the set and re- enter, but only in his/her previous position in the line-up (Exception 15.7).
c A substitute may enter a set in the position of a teammate in the starting line-up.
d. Unlimited individual entries by a substitute within the team’s allowable 12 substitutions are permitted. Each entry must be in the same position in the line-up.
e. More than one substitute may enter the set in each position.

A proposito: se siete curiosi qui potete leggere come funziona a livello regolamentare la pallavolo giovanile USA: NCAA MensVolleyball Rulebook

La mia proposta è: cambi liberi. 12 o infinite sostituzioni, ma di chiunque su chiunque senza l'obbligo di chiudere il cambio. Questo porta 2 conseguenze immediate (oltre a tante evoluzioni fantasiose che per non dilungarmi troppo eviterò di esplorare):

1. aumento della complessità tattica di una partita in quanto le rotazioni di inizio set delle due squadre potrebbero essere molto diverse da quelle di fine set.
2. egualitarismo nel cambio. Sicuramente questo porta una maggiore specializzazione, ma a tempo stesso tutti i ruoli e tutti i giocatori avrebbero lo stesso peso in campo: cambierebbe l'approccio psicologico al concetto di ruoli e probabilmente avremmo più giocatori open-minded abituati a entrare ed uscire senza farsi domande...per intenderci ci dirigeremmo verso qualcosa di simile a una partita di football americano!

PS: solo per difendere la categoria a spada tratta.... a differenza che in Italia, secondo il regolamento NCAA il libero può essere il capitano!! Il “può” è anche scritto in grassetto!


Per concludere l'unica cosa che ho capito dopo questi "ragionamenti" è che essere “liberi” non è poi così semplice.
Riprendendo la frase di Montesquieu con cui ho aperto il post torno a ribadire che, comunque vada, per essere liberi in una società, squadra o in un gruppo civile bisogna sottostare a delle regole che devono essere aiuto e ispirazione!

....credo proprio che di liberi, regole e libertà si discuterà ancora molto....

lunedì 15 maggio 2017

10 km in 10 mesi: arrivederci Siena

C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge.
Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
Milan Kundera





Quando corro penso, rifletto, fatico e vivo. Correre è un po' una sintesi della quotidianità, ma in una sua versione più piacevole perché è il corridore (quello non professionista ovviamente!) che ha in mano le redini della situazione: può accelerare, fermarsi, cambiare strada, smettere di combattere o affrontare le vicissitudini sfidandosi in un continuo gioco con se stesso. 

Dunque permettetemi una sintesi: Deejay Ten Firenze e annata a Siena, somiglianze e differenze!

L'attesa i giorni prima della partenza. Stesse emozioni, stessi sogni e stesse domande: cosa succederà? Sarò in grado? Vincerò e raggiungerò i miei obiettivi? Farò una figuraccia? Mi troverò bene?

Poi arriva il momento...e non sei solo! Ci sono avversari e compagni con te! Ad onor del vero io solitamente corro da solo perché non trovo nessuno, nei posti in cui vivo, che sia al mio livello: spesso gli ipotetici compagni sono troppo veloci per me, altrimenti trovo gente a cui non passa proprio per la testa di sprecare tempo sudando al sole! Una situazione scomoda per divertirsi in compagnia senza esser di peso a nessuno.
Nello sport capita anche di trovare compagni con cui si gioca bene, ma che restano conoscenti. Compagni sì, compagni di viaggio no.
Senza fare nomi quest'anno ho trovato un'ottima compagna di corsa per la deejay ten e un'ottima compagnia nel volley. In entrambi i casi la conoscenza è stata approfondita nel corso dell'azione con un gran piacere personale.
Avere vicino persone con cui poter fare lo stesso cammino per raggiungere un obiettivo cambia tutto: ogni cosa diventa più leggera, seppur non più semplice!

Il primo giorno di allenamento è come l'attesa di passare sotto lo striscione della partenza: teoricamente non dovrebbe esserci particolare tensione, eppure nell'aria c'è un'emozione particolare, specifica, nuova. Qualcuno la definisce "da primo giorno di scuola". Non è proprio così semplicemente perché questo non è obbligatorio, ma è una decisione personale: portare avanti una propria scelta (anche se solo una corsa senza pretese) comporta una presa di responsabilità che, mescolandosi con l'emozione della nuova esperienza che sta per cominciare, ci offre un gusto unico. E' così ad ogni preparazione atletica. E' così sotto ogni gonfiabile con la scritta "partenza".

Partiamo. I primi passi sono sempre macchinosi, legati, emozionati e carichi: non bisogna strafare, ma nemmeno andar piano! La ricerca del giusto equilibrio è una scienza che difficilmente chi non è atleta può capire: nulla si inventa, nulla si improvvisa! Raggiungere un obiettivo comporta tempo, pazienza, errori e nuovi tentativi. Soprattutto comporta una consapevolezza: l'obiettivo non sempre si può raggiungere. Sembra una banalità questa affermazione, ma io credo sia un punto programmatico da non sottovalutare nell'iter verso il conseguimento dell'obiettivo stesso. Mi spiego meglio. Sapere che non possiamo controllare tutti gli aspetti necessari a raggiungere un risultato deve darci due vantaggi:
1. identificare cosa possiamo controllare e controllarlo!
2. non subire psicologicamente quando qualcosa che non possiamo controllare si mette tra noi e l'obiettivo. Nel volley, se l'avversario si accorge che quello che propone per bloccarti "funziona" ma non scalfisce le tue sicurezze, sarà portato a peggiorare il suo rendimento a tuo vantaggio.

La corsa dal primo al penultimo metro ha almeno 3 momenti...e così la stagione: 
1. inizio 
2. proiezioni del risultato e propositività
3. difficoltà

Dell'inizio abbiamo già parlato: è un momento in cui dobbiamo prendere le misure prevalentemente con noi stessi e porci nella situazione migliore per sviluppare l'annata...o la corsa. Si ascoltano molto le sensazioni interiori e, se tutto funziona, si vola. Se c'è qualcosa che non va si parte alla ricerca dell'equilibrio migliore.

Fase 2: proiezioni del risultato e propositività. E' quel momento in cui capisci che ci sei e che sei forte. Va assolutamente riconosciuto e analizzato: è perfettamente inutile, dopo 5 km, fare una previsione  del ritmo gara di una maratona perché tutto può accadere e le difficoltà sono dietro l'angolo. Idem per un campionato che termina con dei playoff: si può anche arrivare primi, ma non potrai mai sapere se sarai pronto quando è il momento clou finché non ci arrivi. 
Impossibile non pensare che si può vincere, anzi: io credo che non pensarlo sarebbe l'indizio che non crediamo al risultato. Attenzione: dal pensarlo e analizzarlo al darlo come verità assoluta ci passa molto! Moltissimo! Eppure questo è un errore comune.

Fase 3: Difficoltà. Quante se ne incontrano durante una corsa! E quante se ne vedono negli altri. Durante una corsa di resistenza succede più o meno di tutto e, ahimé, le ambulanze sono sempre presenti. Devo dire che tra deejay ten e annata pallavolistica le cose sono andate diversamente, ma forse perché nel primo caso l'obiettivo era divertirsi ed arrivare mentre nel secondo vincere...e vincere non è facile! Questa verità si scorda troppo facilmente.
Il percorso della corsa fiorentina è stato piacevolissimo grazie alla compagnia: se avessi corso da solo probabilmente sarei arrivato più stanco e una decina di minuti dopo. Per altre persone purtroppo non è andata così. C'è stato qualche episodio spiacevole di troppo probabilmente. Personalmente, in generale, durante altre corse mi è capitato di trovarmi da solo ad affrontare difficoltà: è questo quello che prediligo del correre! Io contro me stesso: devo ascoltarmi per andare avanti. In due è più difficile ascoltarsi ma è più facile reagire.
In una squadra se manca l'ascolto si perde. La comunicazione tra giocatori, staff tecnico, team medico e dirigenti dev'essere ricca e onesta se si vuole costruire una vittoria. Se manca l'ascolto si finisce male. Sempre. Forse in questo ambito potevamo fare meglio quest'anno pallavolistico. C'è da dire che non è un concetto facile: ascoltare significa fidarsi. Essere ascoltati implica una responsabilizzazione: la fiducia va ripagata. L'ascolto (non solo della voce, ma dell'"altro" in senso ampio) è il cuore di ogni gruppo che funziona: conoscere e riconoscere il momento negativo o positivo di chi ti sta accanto e viverlo con lui/lei è fondamentale per esaltare il valore del tuo compagno.
Farlo con gente che si conosce appena è tosta, ma se si riesce dà veramente sensazioni positive.



Arrivo. Deejay ten sopra le aspettative per me, campionato (come risultato di squadra) sotto con incredulità, ma giustamente.  
L'arrivo è da sempre il momento in cui scoppia la fatica e in cui bisogna tirare le somme. A volte sono negative, altre positive: l'importante è che ci insegnino sempre qualcosa e che ci portino sempre un gradino più avanti come persone.
A tal proposito consentitemi una piccola polemica: gioire per una sconfitta altrui è pessimo. Gli altri lo fanno? Perché abbassarsi a quel livello? Gioire per il proprio risultato anche se gli altri lo considerano infimo è da grandi.
Gioire per nuove amicizie, commuoversi per un addio, esultare per un lavoro finito o un traguardo raggiunto è qualcosa di indescrivibile.

Correre....vivere....crescere...vincere...perdere: un perpetuo divenire con l'idea che il futuro sia una sorpresa continua.

Questa storia e questi pensieri sono l'eredità che una città, i suoi abitanti che si autodefiniscono "chiusi" e un anno di volley surreale e a tratti vincente, seppur mai avvincente, mi lascia.
Persone e personaggi quasi fantastici, orgoglio delle proprie radici, reazione alle difficoltà insieme, tutti pronti a ripartire e ricominciare di nuovo.



Siena, "la più bella delle città" come dice la Verbena, il nostro, comunque vada il volley mercato, è un arrivederci.

D'altronde quando finisce una corsa si pensa subito a quale sarà il prossimo traguardo da tagliare e la prossima partenza che ci emozionerà!

Non importa quanto lentamente si va, finché non ti fermi.
Confucio

venerdì 12 maggio 2017

Volley!



[Presentandosi al colloquio di lavoro vestito da imbianchino] Sono stato seduto là fuori per mezz'ora cercando di trovare una storia per giustificare il fatto di essere venuto qui vestito in questo stato. E ho cercato di pensare a una storia in grado di dimostrare delle qualità che sono sicuro voi apprezziate qui, come l'essere volenterosi, essere precisi, avere un obiettivo, fare gioco di squadra, ma non m'è venuto niente in mente.
dal film: "La ricerca della felicità"


Divertente, facile, per tutti...il mio sport: la pallavolo!

domenica 7 maggio 2017

Mia al quadrato

C'è un'espressione che mi piace, che va oltre il senso geometrico o matematico: fare quadrato. Significa compattarsi, allinearsi, proteggersi, resistere, difendere, difendere per poter attaccare. E il bello è che il nostro campo è quadrato.
La pallavolo non è l'unico sport dove il campo sia quadrato: c'è anche il pugilato, ci sono anche gli scacchi, che sono molto più di un gioco.
E non è un caso.
Il ring […] è l'unica cosa quadrato di uno sport dove tutto il resto non quadra.
E la scacchiera è un recinto, forse una prigione, può essere paradiso o inferno, dove la mente rischia di liberarsi ma anche di fondersi, dove tra genio e follia basta una sola mossa.
[…]
La pallavolo può avere la stessa fisicità del pugilato, drammatica, e la stessa strategia degli scacchi, geniale.

Ivan Zaytsev, "Mia"




Stavolta sono partito dalla geometria e dalla biografia di un mio amico, nonché ex compagno di squadra, per i miei ragionamenti estemporanei.

Cosa spinga un giovanissimo atleta a scrivere un libro su se stesso è presto detto ed è una cosa che lo accomuna a tutti gli appassionati scrittori e lettori: il racconto e il bisogno di raccontare, di condividere se stessi e di esprimersi in qualche modo.
Cosa spinga me a scrivere del “quadrato” è un mistero che spero svelarvi man mano che leggerete. Spesso una parola chiave può aprire un mondo: a me è successo oggi!

Il rapporto tra Ivan, Pallavolo e media mi ha dato molto da pensare: credo sia una cosa che faccia bene alla pallavolo e spero che avvicini molti ragazzi e ragazze al nostro bellissimo sport.

Un mio vecchio allenatore sosteneva che la pallavolo è uno sport semplice a cui possono giocare tutti. Vero e condivisibile.
Aggiungiamo un minimo di agonismo a questo sport spesso accusato di essere una pratica da “femminucce”?
Allora lasciatemi dire che tutti possono giocarla, ma non tutti possono giocarla bene.
Quello che mi chiedo oggi è: quali abilità servono per giocare a pallavolo e come si fa a giocare meglio degli altri?!?
Facciamo un passo indietro. Gli elementi che caratterizzano ogni sport sono 3: tecnica, fisico, testa. La pallavolo non fa eccezione.

La tecnica, tranne qualche fenomeno che la possiede innata, è alla portata di tutti: nella pallavolo non ci sono movimenti naturali e, conseguentemente, tutti devono costruirla da zero. Chiarisco con un esempio il concetto del movimento non naturale: se diceste ad un bambino di fare un salto non sognerebbe mai di fare la classica rincorsa pallavolistica con lo stacco a 2 piedi quasi simultanei. Impossibile. Se diceste ad una bambina di prendere al volo un pallone non si sognerebbe assolutamente di fare un bagher....e potrei andare avanti ancora e ancora!
E il quadrato?
Platone associava il Quadrato al Quattro. Secondo il grande pensatore il Quattro si riferisce alla materializzazione delle idee...e in fondo cos'è la tecnica se non lo sviluppo personale di un movimento ideale necessario a raggiungere uno scopo?
In altre parole: tutti sappiamo cos'è un bagher, ma ognuno lo fa a modo suo o con il suo “stile”. Non solo: uno stesso atleta può compiere tanti bagher diversi tra loro perché adatta la sua tecnica alla situazione particolare.



Sul discorso “fisico” la storia è un po' diversa. Quando sento dire che la pallavolo non è uno sport fisico perché non c'è contatto mi spunta sempre un mezzo sorriso, soprattutto se parliamo di alto livello. Detto ciò, io uno scontro fisico con Zaytsev o Sokolov & Co. ve lo sconsiglio...poi fate voi!
Ad ogni modo, le caratteristiche fisiche minime per l'alto livello secondo me sono:
  • statura elevata, ad esclusione dei liberi ovviamente (ma anche qui si potrebbe aprire una discussione legata a diverse correnti di pensiero)!
  • Potenza
  • Rapidità
  • Elevazione (che potrebbe essere una conseguenza dei punti precedenti)
  • Agilità, flessibilità e buone capacità propriocettive
  • Discreta mobilità articolare
  • Buona vista
  • Ottime capacità anaerobiche
Troppe?? Beh, eccellere non è facile: è roba per pochi e serve un fisico ben definito. A tal proposito: fin dall'antichità il Quadrato rappresenta la squadratura della materia. In altre parole, la regolarizzazione di quanto per sua natura sarebbe rimasto informe e caotico. Questa figura è simbolo di definizione e di delimitazione costruita: esattamente ciò a cui deve mirare un atleta per affinare le sue capacità fisiche. Il corpo dev'essere reso funzionale all'azione se si vuole eccellere.

Testa! Qui si potrebbe aprire un mondo. La pallavolo non è altro che una partita a scacchi giocata a velocità supersoniche. Provate a fare una partita a scacchi dandovi massimo 10 secondi per ogni mossa: farete moltissime scelte sbagliate. La pallavolo è qualcosa di simile: vince chi sbaglia meno. Pensate che le azioni durano anche meno di 3 secondi! L'errore è inevitabile: se nessuno sbagliasse nulla la palla non potrebbe mai cadere.
Utopia, ma non impossibilità.



Quali caratteristiche rientrano nel concetto indefinito di “testa” necessario ad un atleta per eccellere? Io ci metterei
  • strategia
  • motivazione
  • obiettivo inteso sia in termini di prestazione che di risultato
  • sopportazione di errore e fallimento
  • concentrazione (serve sia per applicare la tecnica che la tattica)
  • capacità di estraniarsi dal contesto. Nell'alto livello è necessario sia durante le partite che quotidianamente perché, altrimenti, la pressione del giudizio altrui diventerebbe schiacciante.
Tutti questi elementi hanno un denominatore comune incredibilmente connesso ad uno dei significati legati alla figura del quadrato: la stabilità, o l'equilibrio.
Il Quadrato è una figura antidinamica, ancorata sui quattro lati, rappresenta l’arresto o l’istante isolato, cioé le idee di stagnazione, di solidificazione e di stabilizzazione.
Il quadrato sta ad indicare proprio la stabilità, la concretezza e lo spazio che noi occupiamo. Tutti noi cerchiamo la stabilità e la coerenza nelle nostre azioni. Quando ci troviamo in un luogo che non sentiamo come “nostro” e non ci da quella sensazione come di essere a “casa” proviamo smarrimento, ci guardiamo intorno con aria confusa, incapaci di prendere perfettamente il controllo della situazione. In una partita di pallavolo il controllo e l'equilibrio sono continuamente necessari e continuamente minati dall'avversario e da una serie lunghissima di situazioni psicologiche in continua evoluzione: solo una mente equilibrata e stabile può domarle ed eccellere.

Ultimo ma non meno importante, la pallavolo è uno sport di squadra: se non si fa quadrato intorno all'obiettivo nessuno potrà eccellere!

La cooperazione si basa sulla profonda convinzione che nessuno riesca ad arrivare alla meta se non ci arrivano tutti
(Virginia Burden)

Vi saluto con un consiglio personalissimo che può sembrare discordante con la frase appena scritta:
ricordatevi degli altri, preparatevi ed allenatevi per voi e per gli altri. L'”Io” è causa e conseguenza:

I risultati di un’organizzazione sono i risultati dello sforzo combinato di ciascun individuo.
(Vince Lombardi)


Ps: se non avete ancora letto "Mia" cosa aspettate a farlo?