sabato 24 giugno 2017

I prefer not to

Capisci ora, Bulkington? Sembra che tu afferri barlumi di quella verità intollerabile ai mortali, che ogni pensare serio e profondo è soltanto l'intrepido sforzo dell'anima per mantenere la libera indipendenza del suo mare, mentre i venti più selvaggi della terra e del cielo cospirano a gettarla sulla costa traditrice e servile. Ma siccome nell'assenza della terra soltanto sta la suprema verità senza rive, infinita come Dio, così meglio è perire in quell'abisso ululante che venire vergognosamente sbattuto a sottovento, anche se in questo fosse la salvezza. Poiché, allora, oh! chi vorrebbe come un verme strisciare vilmente a terra? Terrore dei terrori! È così vana tutta quest'angoscia? Coraggio, Bulkington, coraggio! Tienti ferocemente, semidio! Su dagli spruzzi della tua morte oceanica, su, in alto, balza la tua apoteosi! 
Herman Melville, Moby Dick




Prefazione:
Il titolo è un'altra citazione di Melville, ma tratta da "Bartleby lo Scrivano".
La domanda che voglio fare è: hai capito qual è la responsabilità e la bellezza del ruolo dell'allenatore?? Perché sceglierlo come "mestiere"? 

Se non hai già la risposta probabilmente prima di approcciarti a questo ruolo è meglio che ci pensi ancora un po'!!
Nel frattempo provo a vedere se per caso con questo post riesco a chiarire (e a chiarirmi) le idee!!

Non mi era mai capitato di trovare qualcun'altro che come me associasse pensieri sportivi e libri....ecco invece un divertente articolo sulla figura dell'allenatore scritto da Dino De Angelis e tratto dal sito http://www.rmsport.it:

"Il coach è di per sé una creatura piuttosto strana, spesso solitaria e ciononostante in grado di dettare la strada per tutti quelli che gli ruotano intorno: in primis i giocatori che ha a disposizione, ma poi anche tutto l’ambiente, i tifosi, i dirigenti, i mass media. Con i giornalisti si sforza da sempre di avere un atteggiamento di cordialità – del resto non potrebbe fare altrimenti -,  ma qualche volta vorrebbe mandarne a quel paese qualcuno che proprio certe sue mosse non le ha capite e non le capirà mai. Eppure, se non lo provocano con domande troppo idiote specialmente dopo una sconfitta, risponde sempre con un sorriso, mostrando tutta la sua disponibilità.

Figura quasi mitologica, se dovessimo rappresentarlo con una sola immagine, il coach lo vedremmo bene come il capitano Achab: dorme poco la notte (specie prima delle partite) , durante la partita sta sempre in piedi in quella piccola porzione preassegnata di parquet che gli sta sempre troppo stretta, e capita sovente che l’arbitro che si trova a passare dalle sue parti gli dice che deve stare attento a non oltrepassare  quel rettangolo (sono quelli i momenti in cui vorrebbe rispondergli: “ma tu pensa alla partita”, ma ancora una volta si trattiene, per non incorrere in qualche stupida sanzione).

Se non ce l’ha con tutti poco manca. Gli arbitri sono nemici da abbattere al secondo/terzo fischio. Solo che non può. In trasferta ci sono anche le tifoserie che ogni tanto un coro glielo riservano, vorrebbe anche lì alzare il dito medio, invece si gira dall’altra parte e sorride amaro (“ve la faccio vedere io, a fine partita cosa ne dovete fare dei vostri fischi”).

Ma i suoi bersagli preferiti, nella maggior parte dei casi, sono proprio i suoi giocatori. Ma com’è possibile che non fanno esattamente come hanno provato cento volte in allenamento? Ha una parola per tutti, e la maggior parte di quelle parole non sono precisamente delle rose profumate.

In quel rettangolo maledetto in cui è confinato sembra uno che sta scontando qualche pena, il capitano Achab che è sempre attento ad avvistare quella Balena Bianca imprendibile che riappare e subito dopo scompare e lui lì, ogni maledetta domenica  a cercare la rotta giusta per afferrarla, pronti, via, e ogni volta si ricomincia con una palla a due.

Noi spettatori, noi giornalisti, noi fotografi, noi pubblico seduto sugli spalti o in poltrona davanti alla tv, il suo lavoro non lo vediamo mai per quello che è veramente. E non è facile capire il lavoro di un uomo dalla partita che andiamo a seguire: lo osserviamo di tanto in tanto sempre piuttosto solitario, passeggiare e a volte agitarsi e gridare come se fosse stato morso dalla tarantola. Tutto il resto  è un oscuro  lavoro sottocoperta, un lavoro riservato a quei pochi che condividono con lui l’impresa di preparare la battaglia, ovvero la partita, la croce e la delizia che decideranno il suo destino, le sue passeggiate a bordo campo, le sue alzate di mano, le grida durante i quaranta minuti (che sembrano pochi e invece non finiscono mai), e i ritorni a casa la sera, dove, tanto per cambiare, accende la tv e si sintonizza su un canale a vedere qualche altra partita in qualche altro pezzo di mondo. È fatto così. Carattere duro e orgoglioso, lupo solitario e famelico mascherato da agnellino, si placa solo dopo una vittoria, ma dura poco, un giorno al massimo. Se invece ha perso, quella calma non dura nemmeno quel giorno e di notte gli ritorna in mente tutto il film della partita, ma al rallentatore, così può esaminare scena per scena tutte le cazzate che hanno decretato l’insuccesso. Non gli serve per colpevolizzare qualcuno, ma solo per capire meglio il da farsi per la partita successiva. E così gli passano i decenni come fossero minuti di un time-out."

Per altri spunti di riflessione, tratti da Melville, sull'"allenatore", suggerirei di partire dal titolo o da questa frase che segue:

L'anima è come la quinta ruota in un carro.

Qual è o dov'è l'anima di un team?





lunedì 19 giugno 2017

Non saremmo troppo liberi?

Libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono. Se un cittadino avesse il diritto di fare ciò che è proibito, non sarebbe libertà, perché chiunque altro vorrebbe avere lo stesso diritto.
(Montesquieu)

Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù.
(Fëdor Michajlovič Dostoevskij)





Oggi farò ragionamenti a raffica su un ruolo della pallavolo che da quando è stato inventato crea interrogativi agli addetti ai lavori: il libero!

Per alcuni è il ruolo di chi non ha il fisico o è troppo basso per giocare a pallavolo come un giocatore normale. Per altri è il colpevole numero uno dello svilimento del ruolo del centrale. Alcuni ritengono sia una notevole variante tattica... potrei andare avanti così per ore, ma direi che può bastare.

In realtà per chi vive quotidianamente la palestra quelle che ho appena scritto sono solo chiacchiere. I punti principali di dibattito riguardano due aspetti:
1. specializzazione giovanile
2. “psicologia” del ruolo, cioè: a cosa serve e come far fruttare la presenza di questi rapidissimi nanerottoli che girano per il campo nel miglior modo possibile.


Apro una parentesi a proposito del concetto di “nanerottoli”. Ci tengo a fare due precisazioni per quel che riguarda almeno la serie A (A1 o A2 è indifferente):
- mediamente un libero è alto tra i 178 cm (io quest'anno ero tra i più bassi in A2 e questa è la mia altezza) e i 190 cm...considerando che la statura media in Italia per i maschi è 175cm siete sicuri nel dire che siamo bassi??? Parliamone....

- c'è stato un periodo, qualche anno fa, in cui si cercavano liberi alti in modo che potessero coprire un'area maggiore di campo limitando lo spostamento, che nell'alto livello, è spesso impossibile eseguire su tratti “lunghi” vista la velocità a cui viaggia il pallone.

Chiusa parentesi!




Tornando a noi.
Perché scrivere un post del genere?
Qualche giorno fa ho assistito alle finali nazionali giovanili under 18 a Fano: ho visto un episodio (ripetuto più volte) che mi ha fatto veramente irritare e non ho potuto fare a meno di ragionarci su. Per spiegare meglio il mio punto di vista premetto che io non conosco la storia dei gruppi che hanno partecipato alla competizione e quindi penso ai fatti proiettandoli su di me.

La scena:
Libero in zona in ricezione. Dall'altro lato del campo un buon battitore in salto che serve un pallone da 1 a 1 vicino la riga. Il libero svassoia il bagher verso l'esterno del campo. Ace. Cambio. Primo libero in panchina. Entra il secondo libero(mai visto in campo fino a quel momento) che ha la fortuna che il secondo servizio, pressoché identico al primo nello sviluppo, finisca out di 5 cm o poco meno.

Premesso che il primo libero stava giocando bene, la domanda è: perché non dare una correzione tecnica o un suggerimento tattico prima di sostituire? Esempi classici: alza la spalla esterna o fai un passettino più a destra.
La sostituzione dopo un errore a volte è necessaria, ma io credo che la questione stia un po' sfuggendo di mano agli allenatori per diverse ragioni:

A. è più semplice sostituire che correggere...e soprattutto è più semplice cambiare che faticare ad allenare
B. esempio dell'alto livello: purtroppo negli anni in cui le squadre che vincono usano il doppio libero (o come Trento anni fa o come la Lube quest'anno che addirittura usava il secondo al posto di uno schiacciatore) a cascata nelle giovanili aumenta la diffusione di questa pratica.

Purtroppo:

Non esistono piani giusti e piani sbagliati e non esistono regole migliori di altre. Esistono piani che vincono, e quelli stabiliscono le regole che gli altri, ingenuamente, adotteranno come regole giuste.
(Alessandro Baricco)

C. Il regolamento! Ebbene sì: polemizzo anch'io, sperando di incuriosire. Secondo regolamento il libero ha la maglia diversa per poter essere identificato dall'arbitro quando entra ed esce dal campo in quanto può farlo senza richiedere il cambio...e il nodo sta proprio qui! Mi chiedo: un giocatore verrebbe tolto con cotanta superficialità dal campo (vedi esempio sopra) se questo costasse uno dei 6 cambi a disposizione?? Non credo. Il fatto è che togliere il libero è troppo facile. A volte il cambio è più un gesto di stizza che una scelta tattica. Sto generalizzando volutamente, ovviamente, per rendere più chiara la problematica. In un ruolo che ha una psicologia delicata come quello del libero una cosa del genere non è mai molto produttiva. Per quel che riguarda l'uso dei due liberi anche qui vorrei aprire una parentesi che si ricollega al concetto del “cambio”. In certi casi è necessario avvicendare due persone nel ruolo, ma occhio all'effetto “libero” nel valutare i rendimenti:

- il libero di ricezione se sbaglia una sola palla rende imperfetta la sua prestazione che, conseguentemente, agli occhi di uno spettatore assume connotati negativi. Anche dal campo la difficoltà è proprio quella: se non commetti errori hai semplicemente fatto il tuo, altrimenti sei in difetto Peraltro ho scoperto che questo aspetto è molto sentito dai giovani liberi (è uno dei problemi principali dei giocatori di età bassa per loro stessa ammissione) mentre i veterani piano piano si stanno adattando seppur con fatica e ritrosia.

- il libero di difesa funziona al contrario: puoi sbagliare tutti i palloni, ma se ne prendi uno incominci a costruire una prestazione dall'effetto positivo.

Riassumendo: mentre il secondo costruisce una prestazione, l'altro non deve demolirla. Non so se vi sembra la stessa cosa, ma c'è un mondo di differenza riassumibile nei termini “positivo” e “negativo”: cambiare il primo perché sta avendo una prestazione che a sensazione sembra negativa col secondo che ne sta avendo una positiva potrebbe essere un errore o un colpo di genio su cui vi invito a riflettere bene. E' giusto fidarsi delle sensazioni, ma qui la storia è alquanto particolare e le sensazioni possono essere molto discordanti dalla realtà!




Detto ciò, ogni squadra ha la sua storia ed io vorrei solo provare a rispondere ai punti di cui in ordine sparso ho parlato sopra:

1. specializzazione: il problema quando "nacque" il libero fu che era un ruolo troppo specializzante. Adesso siamo arrivati ad avere due liberi nell'alto livello giovanile. Il mio consiglio personale è di non andare a specializzare ulteriormente un libero dandogli il ruolo di difensore o ricettore: oltre a diventare noioso per chi gioca non creeremo un giocatore completo. Sotto questo aspetto già di per sé il ruolo non aiuta: soprattutto ora che il libero deve anche essere un secondo alzatore in campo più cose si sanno fare e meglio è!

2. Copiare l'alto livello è un errore enorme. Conoscere l'alto livello è importante perché dobbiamo puntare, da allenatori, a creare anche quel tipo di giocatori. Riproporre pedissequamente in un under 18 quello che si fa in serie A è perfettamente inutile: bisogna programmare un cammino di crescita per arrivare in serie A a fare determinati esercizi o combinazioni.

3. Regolamento. Premetto che non ho bevuto anche se farò una proposta per poi riproporre quello che potrebbe sembrare il suo contrario.

Proposta A: inserire il cambio del libero “con paletta” tra i 6 cambi a disposizione dei coach. Giochi male. C'è uno in panchina che può far meglio. Ti accomodi. Easy. Succede per tutti. Il vantaggio è che obbliga sia il coach che il giocatore a dover pensare e cercare una soluzione per affrontare una situazione scomoda. Questo,  secondo me, porterebbe una maggior attenzione al problema anche in allenamento. Si perderebbe l'uso del doppio libero, però a livello giovanile forse si avrebbe un maggior focus sul ruolo.

Proposta B: cambi simili alla versione "Americana". Riporto di seguito dal libro delle regole NCAA poi aggiungo la mia proposta

USAV
15.6: a. Twelve substitutions are the maximum permitted per team per set. Substitution of one or more players is permitted at the same time.
b. A player in the starting line-up may leave the set and re- enter, but only in his/her previous position in the line-up (Exception 15.7).
c A substitute may enter a set in the position of a teammate in the starting line-up.
d. Unlimited individual entries by a substitute within the team’s allowable 12 substitutions are permitted. Each entry must be in the same position in the line-up.
e. More than one substitute may enter the set in each position.

A proposito: se siete curiosi qui potete leggere come funziona a livello regolamentare la pallavolo giovanile USA: NCAA MensVolleyball Rulebook

La mia proposta è: cambi liberi. 12 o infinite sostituzioni, ma di chiunque su chiunque senza l'obbligo di chiudere il cambio. Questo porta 2 conseguenze immediate (oltre a tante evoluzioni fantasiose che per non dilungarmi troppo eviterò di esplorare):

1. aumento della complessità tattica di una partita in quanto le rotazioni di inizio set delle due squadre potrebbero essere molto diverse da quelle di fine set.
2. egualitarismo nel cambio. Sicuramente questo porta una maggiore specializzazione, ma a tempo stesso tutti i ruoli e tutti i giocatori avrebbero lo stesso peso in campo: cambierebbe l'approccio psicologico al concetto di ruoli e probabilmente avremmo più giocatori open-minded abituati a entrare ed uscire senza farsi domande...per intenderci ci dirigeremmo verso qualcosa di simile a una partita di football americano!

PS: solo per difendere la categoria a spada tratta.... a differenza che in Italia, secondo il regolamento NCAA il libero può essere il capitano!! Il “può” è anche scritto in grassetto!


Per concludere l'unica cosa che ho capito dopo questi "ragionamenti" è che essere “liberi” non è poi così semplice.
Riprendendo la frase di Montesquieu con cui ho aperto il post torno a ribadire che, comunque vada, per essere liberi in una società, squadra o in un gruppo civile bisogna sottostare a delle regole che devono essere aiuto e ispirazione!

....credo proprio che di liberi, regole e libertà si discuterà ancora molto....

lunedì 15 maggio 2017

10 km in 10 mesi: arrivederci Siena

C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge.
Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
Milan Kundera





Quando corro penso, rifletto, fatico e vivo. Correre è un po' una sintesi della quotidianità, ma in una sua versione più piacevole perché è il corridore (quello non professionista ovviamente!) che ha in mano le redini della situazione: può accelerare, fermarsi, cambiare strada, smettere di combattere o affrontare le vicissitudini sfidandosi in un continuo gioco con se stesso. 

Dunque permettetemi una sintesi: Deejay Ten Firenze e annata a Siena, somiglianze e differenze!

L'attesa i giorni prima della partenza. Stesse emozioni, stessi sogni e stesse domande: cosa succederà? Sarò in grado? Vincerò e raggiungerò i miei obiettivi? Farò una figuraccia? Mi troverò bene?

Poi arriva il momento...e non sei solo! Ci sono avversari e compagni con te! Ad onor del vero io solitamente corro da solo perché non trovo nessuno, nei posti in cui vivo, che sia al mio livello: spesso gli ipotetici compagni sono troppo veloci per me, altrimenti trovo gente a cui non passa proprio per la testa di sprecare tempo sudando al sole! Una situazione scomoda per divertirsi in compagnia senza esser di peso a nessuno.
Nello sport capita anche di trovare compagni con cui si gioca bene, ma che restano conoscenti. Compagni sì, compagni di viaggio no.
Senza fare nomi quest'anno ho trovato un'ottima compagna di corsa per la deejay ten e un'ottima compagnia nel volley. In entrambi i casi la conoscenza è stata approfondita nel corso dell'azione con un gran piacere personale.
Avere vicino persone con cui poter fare lo stesso cammino per raggiungere un obiettivo cambia tutto: ogni cosa diventa più leggera, seppur non più semplice!

Il primo giorno di allenamento è come l'attesa di passare sotto lo striscione della partenza: teoricamente non dovrebbe esserci particolare tensione, eppure nell'aria c'è un'emozione particolare, specifica, nuova. Qualcuno la definisce "da primo giorno di scuola". Non è proprio così semplicemente perché questo non è obbligatorio, ma è una decisione personale: portare avanti una propria scelta (anche se solo una corsa senza pretese) comporta una presa di responsabilità che, mescolandosi con l'emozione della nuova esperienza che sta per cominciare, ci offre un gusto unico. E' così ad ogni preparazione atletica. E' così sotto ogni gonfiabile con la scritta "partenza".

Partiamo. I primi passi sono sempre macchinosi, legati, emozionati e carichi: non bisogna strafare, ma nemmeno andar piano! La ricerca del giusto equilibrio è una scienza che difficilmente chi non è atleta può capire: nulla si inventa, nulla si improvvisa! Raggiungere un obiettivo comporta tempo, pazienza, errori e nuovi tentativi. Soprattutto comporta una consapevolezza: l'obiettivo non sempre si può raggiungere. Sembra una banalità questa affermazione, ma io credo sia un punto programmatico da non sottovalutare nell'iter verso il conseguimento dell'obiettivo stesso. Mi spiego meglio. Sapere che non possiamo controllare tutti gli aspetti necessari a raggiungere un risultato deve darci due vantaggi:
1. identificare cosa possiamo controllare e controllarlo!
2. non subire psicologicamente quando qualcosa che non possiamo controllare si mette tra noi e l'obiettivo. Nel volley, se l'avversario si accorge che quello che propone per bloccarti "funziona" ma non scalfisce le tue sicurezze, sarà portato a peggiorare il suo rendimento a tuo vantaggio.

La corsa dal primo al penultimo metro ha almeno 3 momenti...e così la stagione: 
1. inizio 
2. proiezioni del risultato e propositività
3. difficoltà

Dell'inizio abbiamo già parlato: è un momento in cui dobbiamo prendere le misure prevalentemente con noi stessi e porci nella situazione migliore per sviluppare l'annata...o la corsa. Si ascoltano molto le sensazioni interiori e, se tutto funziona, si vola. Se c'è qualcosa che non va si parte alla ricerca dell'equilibrio migliore.

Fase 2: proiezioni del risultato e propositività. E' quel momento in cui capisci che ci sei e che sei forte. Va assolutamente riconosciuto e analizzato: è perfettamente inutile, dopo 5 km, fare una previsione  del ritmo gara di una maratona perché tutto può accadere e le difficoltà sono dietro l'angolo. Idem per un campionato che termina con dei playoff: si può anche arrivare primi, ma non potrai mai sapere se sarai pronto quando è il momento clou finché non ci arrivi. 
Impossibile non pensare che si può vincere, anzi: io credo che non pensarlo sarebbe l'indizio che non crediamo al risultato. Attenzione: dal pensarlo e analizzarlo al darlo come verità assoluta ci passa molto! Moltissimo! Eppure questo è un errore comune.

Fase 3: Difficoltà. Quante se ne incontrano durante una corsa! E quante se ne vedono negli altri. Durante una corsa di resistenza succede più o meno di tutto e, ahimé, le ambulanze sono sempre presenti. Devo dire che tra deejay ten e annata pallavolistica le cose sono andate diversamente, ma forse perché nel primo caso l'obiettivo era divertirsi ed arrivare mentre nel secondo vincere...e vincere non è facile! Questa verità si scorda troppo facilmente.
Il percorso della corsa fiorentina è stato piacevolissimo grazie alla compagnia: se avessi corso da solo probabilmente sarei arrivato più stanco e una decina di minuti dopo. Per altre persone purtroppo non è andata così. C'è stato qualche episodio spiacevole di troppo probabilmente. Personalmente, in generale, durante altre corse mi è capitato di trovarmi da solo ad affrontare difficoltà: è questo quello che prediligo del correre! Io contro me stesso: devo ascoltarmi per andare avanti. In due è più difficile ascoltarsi ma è più facile reagire.
In una squadra se manca l'ascolto si perde. La comunicazione tra giocatori, staff tecnico, team medico e dirigenti dev'essere ricca e onesta se si vuole costruire una vittoria. Se manca l'ascolto si finisce male. Sempre. Forse in questo ambito potevamo fare meglio quest'anno pallavolistico. C'è da dire che non è un concetto facile: ascoltare significa fidarsi. Essere ascoltati implica una responsabilizzazione: la fiducia va ripagata. L'ascolto (non solo della voce, ma dell'"altro" in senso ampio) è il cuore di ogni gruppo che funziona: conoscere e riconoscere il momento negativo o positivo di chi ti sta accanto e viverlo con lui/lei è fondamentale per esaltare il valore del tuo compagno.
Farlo con gente che si conosce appena è tosta, ma se si riesce dà veramente sensazioni positive.



Arrivo. Deejay ten sopra le aspettative per me, campionato (come risultato di squadra) sotto con incredulità, ma giustamente.  
L'arrivo è da sempre il momento in cui scoppia la fatica e in cui bisogna tirare le somme. A volte sono negative, altre positive: l'importante è che ci insegnino sempre qualcosa e che ci portino sempre un gradino più avanti come persone.
A tal proposito consentitemi una piccola polemica: gioire per una sconfitta altrui è pessimo. Gli altri lo fanno? Perché abbassarsi a quel livello? Gioire per il proprio risultato anche se gli altri lo considerano infimo è da grandi.
Gioire per nuove amicizie, commuoversi per un addio, esultare per un lavoro finito o un traguardo raggiunto è qualcosa di indescrivibile.

Correre....vivere....crescere...vincere...perdere: un perpetuo divenire con l'idea che il futuro sia una sorpresa continua.

Questa storia e questi pensieri sono l'eredità che una città, i suoi abitanti che si autodefiniscono "chiusi" e un anno di volley surreale e a tratti vincente, seppur mai avvincente, mi lascia.
Persone e personaggi quasi fantastici, orgoglio delle proprie radici, reazione alle difficoltà insieme, tutti pronti a ripartire e ricominciare di nuovo.



Siena, "la più bella delle città" come dice la Verbena, il nostro, comunque vada il volley mercato, è un arrivederci.

D'altronde quando finisce una corsa si pensa subito a quale sarà il prossimo traguardo da tagliare e la prossima partenza che ci emozionerà!

Non importa quanto lentamente si va, finché non ti fermi.
Confucio

venerdì 12 maggio 2017

Volley!



[Presentandosi al colloquio di lavoro vestito da imbianchino] Sono stato seduto là fuori per mezz'ora cercando di trovare una storia per giustificare il fatto di essere venuto qui vestito in questo stato. E ho cercato di pensare a una storia in grado di dimostrare delle qualità che sono sicuro voi apprezziate qui, come l'essere volenterosi, essere precisi, avere un obiettivo, fare gioco di squadra, ma non m'è venuto niente in mente.
dal film: "La ricerca della felicità"


Divertente, facile, per tutti...il mio sport: la pallavolo!

domenica 7 maggio 2017

Mia al quadrato

C'è un'espressione che mi piace, che va oltre il senso geometrico o matematico: fare quadrato. Significa compattarsi, allinearsi, proteggersi, resistere, difendere, difendere per poter attaccare. E il bello è che il nostro campo è quadrato.
La pallavolo non è l'unico sport dove il campo sia quadrato: c'è anche il pugilato, ci sono anche gli scacchi, che sono molto più di un gioco.
E non è un caso.
Il ring […] è l'unica cosa quadrato di uno sport dove tutto il resto non quadra.
E la scacchiera è un recinto, forse una prigione, può essere paradiso o inferno, dove la mente rischia di liberarsi ma anche di fondersi, dove tra genio e follia basta una sola mossa.
[…]
La pallavolo può avere la stessa fisicità del pugilato, drammatica, e la stessa strategia degli scacchi, geniale.

Ivan Zaytsev, "Mia"




Stavolta sono partito dalla geometria e dalla biografia di un mio amico, nonché ex compagno di squadra, per i miei ragionamenti estemporanei.

Cosa spinga un giovanissimo atleta a scrivere un libro su se stesso è presto detto ed è una cosa che lo accomuna a tutti gli appassionati scrittori e lettori: il racconto e il bisogno di raccontare, di condividere se stessi e di esprimersi in qualche modo.
Cosa spinga me a scrivere del “quadrato” è un mistero che spero svelarvi man mano che leggerete. Spesso una parola chiave può aprire un mondo: a me è successo oggi!

Il rapporto tra Ivan, Pallavolo e media mi ha dato molto da pensare: credo sia una cosa che faccia bene alla pallavolo e spero che avvicini molti ragazzi e ragazze al nostro bellissimo sport.

Un mio vecchio allenatore sosteneva che la pallavolo è uno sport semplice a cui possono giocare tutti. Vero e condivisibile.
Aggiungiamo un minimo di agonismo a questo sport spesso accusato di essere una pratica da “femminucce”?
Allora lasciatemi dire che tutti possono giocarla, ma non tutti possono giocarla bene.
Quello che mi chiedo oggi è: quali abilità servono per giocare a pallavolo e come si fa a giocare meglio degli altri?!?
Facciamo un passo indietro. Gli elementi che caratterizzano ogni sport sono 3: tecnica, fisico, testa. La pallavolo non fa eccezione.

La tecnica, tranne qualche fenomeno che la possiede innata, è alla portata di tutti: nella pallavolo non ci sono movimenti naturali e, conseguentemente, tutti devono costruirla da zero. Chiarisco con un esempio il concetto del movimento non naturale: se diceste ad un bambino di fare un salto non sognerebbe mai di fare la classica rincorsa pallavolistica con lo stacco a 2 piedi quasi simultanei. Impossibile. Se diceste ad una bambina di prendere al volo un pallone non si sognerebbe assolutamente di fare un bagher....e potrei andare avanti ancora e ancora!
E il quadrato?
Platone associava il Quadrato al Quattro. Secondo il grande pensatore il Quattro si riferisce alla materializzazione delle idee...e in fondo cos'è la tecnica se non lo sviluppo personale di un movimento ideale necessario a raggiungere uno scopo?
In altre parole: tutti sappiamo cos'è un bagher, ma ognuno lo fa a modo suo o con il suo “stile”. Non solo: uno stesso atleta può compiere tanti bagher diversi tra loro perché adatta la sua tecnica alla situazione particolare.



Sul discorso “fisico” la storia è un po' diversa. Quando sento dire che la pallavolo non è uno sport fisico perché non c'è contatto mi spunta sempre un mezzo sorriso, soprattutto se parliamo di alto livello. Detto ciò, io uno scontro fisico con Zaytsev o Sokolov & Co. ve lo sconsiglio...poi fate voi!
Ad ogni modo, le caratteristiche fisiche minime per l'alto livello secondo me sono:
  • statura elevata, ad esclusione dei liberi ovviamente (ma anche qui si potrebbe aprire una discussione legata a diverse correnti di pensiero)!
  • Potenza
  • Rapidità
  • Elevazione (che potrebbe essere una conseguenza dei punti precedenti)
  • Agilità, flessibilità e buone capacità propriocettive
  • Discreta mobilità articolare
  • Buona vista
  • Ottime capacità anaerobiche
Troppe?? Beh, eccellere non è facile: è roba per pochi e serve un fisico ben definito. A tal proposito: fin dall'antichità il Quadrato rappresenta la squadratura della materia. In altre parole, la regolarizzazione di quanto per sua natura sarebbe rimasto informe e caotico. Questa figura è simbolo di definizione e di delimitazione costruita: esattamente ciò a cui deve mirare un atleta per affinare le sue capacità fisiche. Il corpo dev'essere reso funzionale all'azione se si vuole eccellere.

Testa! Qui si potrebbe aprire un mondo. La pallavolo non è altro che una partita a scacchi giocata a velocità supersoniche. Provate a fare una partita a scacchi dandovi massimo 10 secondi per ogni mossa: farete moltissime scelte sbagliate. La pallavolo è qualcosa di simile: vince chi sbaglia meno. Pensate che le azioni durano anche meno di 3 secondi! L'errore è inevitabile: se nessuno sbagliasse nulla la palla non potrebbe mai cadere.
Utopia, ma non impossibilità.



Quali caratteristiche rientrano nel concetto indefinito di “testa” necessario ad un atleta per eccellere? Io ci metterei
  • strategia
  • motivazione
  • obiettivo inteso sia in termini di prestazione che di risultato
  • sopportazione di errore e fallimento
  • concentrazione (serve sia per applicare la tecnica che la tattica)
  • capacità di estraniarsi dal contesto. Nell'alto livello è necessario sia durante le partite che quotidianamente perché, altrimenti, la pressione del giudizio altrui diventerebbe schiacciante.
Tutti questi elementi hanno un denominatore comune incredibilmente connesso ad uno dei significati legati alla figura del quadrato: la stabilità, o l'equilibrio.
Il Quadrato è una figura antidinamica, ancorata sui quattro lati, rappresenta l’arresto o l’istante isolato, cioé le idee di stagnazione, di solidificazione e di stabilizzazione.
Il quadrato sta ad indicare proprio la stabilità, la concretezza e lo spazio che noi occupiamo. Tutti noi cerchiamo la stabilità e la coerenza nelle nostre azioni. Quando ci troviamo in un luogo che non sentiamo come “nostro” e non ci da quella sensazione come di essere a “casa” proviamo smarrimento, ci guardiamo intorno con aria confusa, incapaci di prendere perfettamente il controllo della situazione. In una partita di pallavolo il controllo e l'equilibrio sono continuamente necessari e continuamente minati dall'avversario e da una serie lunghissima di situazioni psicologiche in continua evoluzione: solo una mente equilibrata e stabile può domarle ed eccellere.

Ultimo ma non meno importante, la pallavolo è uno sport di squadra: se non si fa quadrato intorno all'obiettivo nessuno potrà eccellere!

La cooperazione si basa sulla profonda convinzione che nessuno riesca ad arrivare alla meta se non ci arrivano tutti
(Virginia Burden)

Vi saluto con un consiglio personalissimo che può sembrare discordante con la frase appena scritta:
ricordatevi degli altri, preparatevi ed allenatevi per voi e per gli altri. L'”Io” è causa e conseguenza:

I risultati di un’organizzazione sono i risultati dello sforzo combinato di ciascun individuo.
(Vince Lombardi)


Ps: se non avete ancora letto "Mia" cosa aspettate a farlo?

mercoledì 26 aprile 2017

Post sconfitta

Aprire gli archivi della memoria, per poco forniti che siano e per quanto sgradevole sia aprirli, può servire, allora, non solo all'elaborazione del lutto. Ripercorrere, col senno di poi, gli itinerari percorsi può consentire di interpretarli, di tradurli in esperienze, di rintracciare la radice degli errori, di salvare conquiste e strumenti di difesa, di recuperare mete e prospettive sottraendole all'azione demolitrice di giudizi professionali


Emilio Rosini, "L'ala dell'angelo: itinerario di un comunista perplesso"




Il testo del libro continua così: "A saperlo fare"! 
Oggi proverò a capire come si fa, senza alcuna presunzione di verità, a sfruttare il periodo successivo ad una débacle e ad utilizzare la sconfitta al meglio.
Un post che non avrei voluto scrivere quest'anno, ma viste le recenti vicende ho molti spunti interessanti partendo proprio dall'esperienza diretta.

La prima cosa che crolla addosso ad un giocatore il giorno dopo la sconfitta sono le critiche. 
E' importante saper valutare le critiche senza farsi schiacciare da esse: offrono punti di vista molto interessanti e sicuramente diversi da quello personale.
Se ci fate caso solitamente le critiche "del giorno dopo" vengono da due parti:
1. altri giocatori (1%)
2. tifosi (99%)

Non è un caso e dopo vi spiegherò perché.

Partiamo dai giocatori visto che sono pochissimi ed è più immediata l'analisi. Chi scrive il giorno dopo è sicuramente un collega che avrebbe voluto essere al posto vostro, ma che non ce l'ha fatta per demeriti sportivi. Solitamente anche a livello di curriculum è messo peggio di voi. Di solito palesa un finto dispiacere o produce un commento del tipo "se ci fossi stato io etc...".
Praticamente invidiosi e perdenti. Fermo restando che secondo me l'invidia è un'ottima leva per spingersi ad ottenere risultati migliori (ovviamente se si esplicita in lavoro in palestra e non solo a parole), si tratta comunque di critiche che non possono esserci d'aiuto perché il soggetto della critica corrisponde all'oggetto: è il critico ad essere dispiaciuto ed è sempre lui che avrebbe potuto vincere! Noi siamo solo il termine di confronto inferiore in quanto abbiamo appena perso.

Tifosi. 
Qui il discorso è diverso. Non faccio riferimento ai tifosi della squadra in cui si gioca, ma in generale a tutti, perché tutti scrivono o parlano (giustamente!!). Vi basterà aprire un social a caso per notare la varietà di commenti e pareri diversi ed opposti che vengono espressi sul singolo evento. Chi ha ragione e chi sbaglia? Chi ascoltare? 
Il mio pensiero è che probabilmente molti di loro conoscono bene il nostro sport e altri no, molti sono amici o parenti nostri o di rivali, altri parlano tanto per parlare: tutti hanno una motivazione forte per comunicarci la loro opinione che resta, però, un'idea espressa da qualcuno esterno agli eventi quotidiani della squadra. Di fatto tutti i commenti potrebbero esserci utili come spunti per far partire un'analisi personale. Nessun commento dev'essere identificato come "la verità" per una ragione semplice che è la stessa ragione per cui gli addetti ai lavori e i colleghi che vivono la vostra stessa esperienza non parlano "il giorno dopo": 

solo chi vive una squadra conosce i suoi meccanismi interni e sa cosa è successo in campo o fuori durante tutto l'anno

Riassumendo. Quelli dei tifosi e degli appassionati sono commenti utili e da non sottovalutare per far partire i nostri ragionamenti: niente di più, ma nemmeno nulla di meno!

Allora come dobbiamo fare per capire le motivazione della sconfitta e farne tesoro??
In primis dovremmo analizzare i fatti. Le parole o il curriculum passato o potenziale, cioè quello che siamo stati e abbiamo vinto o il giocatore che potremmo diventare in futuro non contano: importa solo quello che abbiamo fatto nel "presente".
Nello specifico io analizzerei 2 cose:
- come abbiamo preparato la vittoria nel corso di tutta la stagione?
- come abbiamo preparato il singolo evento?

Non è la voglia di vincere, ma la volontà di prepararsi a vincere che fa la differenza.



La frase è di Paul "Bear" Bryant allenatore dal 1936 della squadra di football dell'Università di Alabama. Un signore che ha avuto innumerevoli successi come team-coach per le squadre del Maryland, del Kentucky e del Texas A&M, e che in 25 anni vinse anche sei campionati nazionali con l'Alabama ritirandosi col record di 323 vittorie nel 1982. 
Sempre per restare in tema "fatti, non parole" cito qualcuno che qualcosa ha vinto.

Per entrambe le domande espresse sopra va valutato quanto abbiamo dato in palestra a livello
- fisico (fuori e dentro al campo)
- tecnico 
- tattico (sia come studio personale che come esecuzione degli ordini del coach)
- relazionale col resto del gruppo (fuori e dentro al campo, 24 ore su 24)

Se anche solo ad uno di questi punti rispondiamo "potevo dare di più" l'analisi è già fatta e conclusa: vincere non è cosa da tutti e per riuscire questi elementi devono essere sempre espressi al massimo.

Dando per scontato che abbiamo fatto il massimo restano due soluzioni:
1. gli altri erano più forti
2. abbiamo sbagliato qualcosa

Della prima ipotesi è inutile parlare: ammettendo che gli altri fossero più forti e che noi abbiamo dato il massimo non dovremmo avere problemi a fare un'analisi serena e molto oggettiva della sconfitta.
Se, invece, abbiamo sbagliato qualcosa bisogna capire dov'è stato l'errore.

Per capire dov'è stato l'errore bisogna confrontarsi con:
- i nostri obiettivi tecnici e tattici di inizio anno (non averne è un errore clamoroso!);
- il vincente, che, in quanto tale, probabilmente quell'errore non l'ha fatto;
- le formazioni o i giocatori che, anche se nel complesso hanno fatto peggio di noi, hanno sviluppato il singolo elemento in modo migliore.

Qual è l’apporto di una sconfitta? Una visione più precisa di noi stessi.
(EM Cioran)

Errori da non fare nell'analizzare una sconfitta:

- non ascoltare gli altri. Evangelicamente parlando: ascoltate tutto e tenete ciò che è buono!

- addossare la colpa a persone che non siamo noi: è inutile se si vuole usare la sconfitta per crescere. Non che sia sbagliato in senso assoluto. Può darsi che la problematicità maggiore venga identificata in una o più persone che non siamo noi, ma in una squadra il problema si crea e aumenta con l'interazione di tutti. Es.: potevamo spronare di più un nostro compagno o magari parlargli in maniera più diretta o meno invasiva. 

- addossare colpe solo a te stesso: non vedete tutto negativo perchè è il modo migliore per vivere la sconfitta solo come una bocciatura

- non giustificare errori personali con situazioni ambientali o a te esterne...il classico: chi vince festeggia e chi perde spiega!

- non cercare apprezzamenti esterni sul vostro operato. Cercare apprezzamenti in parenti o amici è facile tanto quanto inutile per la tua crescita personale

- non aspettare che ti venga riconosciuto qualcosa di buono seppure voi lo abbiate fatto: accettate il fatto che avete perso e che resterà solo questo fatto.


Il consiglio che mi viene da darmi dopo questi ragionamenti?
Parafrasando Francis Scott Fitzgerald:

Mai confondere una singola sconfitta con una sconfitta definitiva.

Odia la sconfitta. Riprovaci.
Analizza, sii onesto con te stesso e ricomincia a cercare nuove soluzioni perché hai un traguardo da raggiungere: questa è stata solo un'opportunità di imparare e una tappa per crescere.






mercoledì 29 marzo 2017

Mi si sono intrecciati i diti, ovvero: si fa presto a dire Mental Coaching!

"Orimbelli: S'accomodi Fracchia... Fracchia, siccome ormai tutti sappiamo che lei è un mediocre, ma cosa dico mediocre? Lei è la quinta essenza della mediocrità! 

Belva Umana: ... 

Orimbelli: Ehm, no, giusto? Se sbaglio mi corregga! Lei tace, quindi acconsente: lei è un mediocre... 

Belva Umana: ... 

Orimbelli: E siccome dobbiamo lanciare un prodotto, al cioccolato, che soddisfi un po' il gusto del consumatore medio, che vorremmo chiamare "Il Sempliciotto", ecco; lei che è un mediocre, li assaggerà tutti, e ci dirà, quale le piace di più! 

Dal film "Fracchia, la belva umana"

L'idea di questo articolo è nata grazie all'intervento di Simone Di Tommaso, coach della scuola di beach volley "Beach Project". Come sempre nessuna pretesa di scientificità, ma solo considerazioni personali.
Potrete trovare il testo nella sue veste ufficiale sulla pagina della scuola e, per la precisione, cliccando qui.


Mi si sono intrecciati i diti
ovvero: si fa presto a dire Mental Coaching!


Quando il coach della beach volley project mi ha chiesto di parlare della mia esperienza non credo pensasse che avrei citato Paolo Villaggio per parlare di Mental Coaching!
Rischi del mestiere.
Per i meno giovani: “Mi si sono intrecciati i diti, me li streccia?” è uno dei tormentoni del ragioniere Giandomenico Fracchia, personaggio ipertimido, goffo e servile ben oltre il limite di caso patologico di Paolo Villaggio.

Cosa c'entra con il mental coaching? Ve lo spiego subito raccontandovi la mia esperienza attiva nei due sport che prediligo: pallavolo e corsa (trail running per essere precisi!)!

Nel corso degli ultimi anni sia il mondo del podismo che quello del volley sono stati attraversati da svariate innovazioni, tanto che un podista di ieri avrebbe difficoltà a riconoscersi nell’attuale momento storico e un pallavolista di ieri ha maggiori difficoltà di lettura e conoscenza del gioco di quelle che pensa di avere (permettetemi la polemica).

La più giovane innovazione riguarda, per l'appunto, l’allenamento mentale!
Quando sento parlare di mental coaching, mi imbatto spesso in una tesi un po' superficiale:

tutti possono seguire un programma di allenamento mentale

Non è mia intenzione smontare questa tesi, anche perché non la considero sbagliata, ma incompleta!

Praticare o allenare sport di squadra e non mi ha portato, per forza di cose, a dover incontrare, scontrare o imparare a conoscere compagni di squadra, avversari o i miei stessi limiti e capacità.
Non potrebbe essere più banale affermare che esistono migliaia di profili psicologici diversi e altrettanti modi di preparare e affrontare le competizioni.
Mi passerete, pertanto, 2 affermazioni altrettanto banali:
  1. ogni allenatore ha una sua ricetta di allenamento, ma ogni bravo allenatore la modifica per ottenere il miglior rendimento possibile dal suo atleta;
  2. tutti gli atleti possono migliorare, ma non tutti possono diventare campioni.


Se quanto detto sopra non si verifica o non viene riconosciuto da un allenatore, per quanto potranno essere ben fatti, i suoi allenamenti risulteranno comunque inutili perché non tarati sull'atleta.
A maggior ragione questo concetto è valido per una materia nuova e ancora inesplorata come il mental coaching.

Quando si parla di allenamento mentale sia l’atleta che l’allenatore spesso utilizzano ricette preconfezionate che non necessariamente producono sul singolo gli stessi effetti che hanno prodotto su altri.
In altri termini:

Tutti possono seguire un programma di allenamento mentale,
ma il giovamento sarà proporzionale all’equilibrio del soggetto

È veramente ottimistico credere che una persona non equilibrata riesca a seguire un piano di allenamento mentale. 
Bisogna stabilire una serie di relazioni fra le caratteristiche che deve avere una personalità equilibrata e quelle che si cerca di allenare con un allenamento mentale. Se il soggetto di base non le possiede per nulla è dura allenare qualcosa partendo da zero!

Per allenare la concentrazione è necessaria una forza di volontà anevrotica, per allenare la determinazione è necessaria la forza di carattere, per allenare la sicurezza è necessaria l’autostima, per allenare il rilassamento è necessaria la calma etc.


E qui torniamo al ragionier Fracchia: allenereste la determinazione del ragioniere??

È anche ottimistico sperare di usare la dimensione sportiva per “creare” queste caratteristiche positive in persone che non le hanno, soprattutto nell’amatore: si fa sport per poche ore alla settimana, mentre si vive per 24 ore al giorno!
Lo sport di resistenza o l'attività in gruppo/squadra può essere un utile strumento per migliorare la personalità, ma dev'essere utilizzato correttamente.

L’esempio della forza di volontà che fa Roberto Albanesi in uno dei suoi numerosi studi sulla corsa è lampante: 
"esistono molti atleti dilettanti con scarsa forza di volontà anevrotica che nel gesto sportivo sembrano impiegare notevoli risorse; un osservatore esterno li descriverebbe come atleti che “sanno soffrire”, sembrano dotati di una grandissima forza di volontà. In realtà, conosciuti nella vita di tutti i giorni, dimostrano notevoli limiti: non sanno smettere di fumare, non sanno mettersi a dieta se hanno qualche chilo di troppo, non sanno affrontare situazioni banali come una visita dal dentista. È chiaro che la loro forza di volontà nello sport è di tipo nevrotico, cioè finalizzata a un risultato che la mente vuole perseguire a tutti i costi.
Su questi individui un programma di allenamento mentale può essere pericoloso o del tutto inutile in quanto potrebbero abbandonare lo sport quando la nevrosi ha termine, cioè quando “non gli interessa più”. Viceversa, se si rende edotto l’atleta dei propri limiti caratteriali, lo si può indirizzare, tramite lo sport, allo sviluppo di un’ottima forza di volontà anevrotica."

Questo provoca enormi benefici all'atleta soprattutto “fuori dal campo”: a differenza dell’allenamento fisico, quello mentale non si dimentica. 

Chi è calmo lo resta per tutta vita

Attenzione: chi ha bisogno di esercizi continui per rimanere calmo è perché alla fine calmo non è. Lo dimostrano tutti quei soggetti che si affidano a tecniche e filosofie che fanno intervenire quando la loro vera natura li porta su terreni negativi. Occorre, quindi, distinguere fra:
  • soluzioni sintomatiche
  • soluzioni causali
Il paragone con i farmaci è ovvio. Se ho una malattia posso curarne i sintomi (ma non le cause) oppure andare a fondo e colpire le cause (e i sintomi spariranno). La prima soluzione è interessante, ma presenta tutta una serie di problemi facilmente intuibili, il primo dei quali è che è attuabile solo se le cause se ne vanno da sole altrimenti dovrò imparare a convivere con la malattia.
Ci sono moltissimi individui che adottano soluzioni sintomatiche ritenendole causali. Un esempio è offerto da tutte quelle tecniche o stili di vita che dovrebbero rendere calma la vita del soggetto. Molto spesso si scopre che quotidianamente la persona vive in un meccanismo a due stadi: dapprima parte lo stress (il lavoro, la moglie, i figli, la suocera, i rapporti con il vicino e mille altre cause), appena il soggetto lo avverte prende la sua medicina e si calma. Lui è veramente convinto che la sua medicina sia causale, mentre non si rende conto che è sintomatica. Lo stress parte comunque e, come insegnano i principi di neurobiologia, attiva tutta una serie di meccanismi negativi.

Il problema è che al soggetto sembra impossibile eliminare lo stress, l’ansia, la depressione o altri fattori negativi della vita: se li tiene e usa le sue meravigliose tecniche per limitare i danni.

L’alternativa è (e si può, visto che ci sono individui che ci riescono) eliminare stress, arrabbiature, depressioni, ansie, stanchezze etc. Ovviamente occorre trovare soluzioni causali.

Un allenamento mentale basato su esercizi porta quasi inevitabilmente a soluzioni sintomatiche. Sfruttando il fatto che la memoria mentale è molto migliore di quella fisica di muscoli, cuore e altre grandezze fisiologiche (ogni grandezza fisiologica si deallena in poche settimane), è possibile sostituire al concetto di esercizio quello di prova.

Una prova è una condizione che, se superata, produce effetti duraturi nel tempo.

Obiettivo del mental coach è migliorare l'uomo prima che l'atleta e ciò implica anche la conoscenza dei propri limiti e debolezze.
In sintesi: sapere dov'è un limite è l'unico modo per poterlo spostare, ma non facciamo credere a Fantozzi che lo trasformeremo in Rambo!




parte delle informazioni sono tratte da un lavoro di Roberto Albanesi

sabato 25 marzo 2017

Essere liberi in un minuto

Le città sono sempre state come le persone, esse mostrano le loro diverse personalità al viaggiatore. A seconda della città e del viaggiatore, può scoccare un amore reciproco, o un’antipatia, un’amicizia o inimicizia. Solo attraverso i viaggi possiamo sapere dove c’è qualcosa che ci appartiene oppure no, dove siamo amati e dove siamo rifiutati.
Roman Payne




E' stato un lavoro lungo, ma finalmente si vedono i primi frutti: grazie a tutti coloro che hanno collaborato e continueranno a farlo!
Costruiamo insieme un mondo migliore!

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domenica 5 marzo 2017

Vuoi trovare la concentrazione? Cercala nei posti in cui si trova

Nei primi anni di questo secolo, ogni giorno – quale che fosse il tempo, con il sole o con la neve – si vedeva un uomo passeggiare attorno ai bastioni della città di Vienna. Quest’uomo era Beethoven, il quale, nel corso dei suoi vagabondaggi, elaborava nella propria testa le magnifiche sinfonie che poi avrebbe messo sulla carta. Per lui il mondo smetteva di esistere; invano le persone si levavano il cappello al suo passaggio. Lui non vedeva nulla; la sua mente era altrove.
(Walter Benjamin) 


Non si può trovare qualcosa cercandola dove non è: principio banalissimo ma sempre valido, anche se parliamo di concentrazione.




Con questo post proveremo a definire gli spazi fisici in cui andare a cercarla e vedremo qualche suggerimento per trovarla in maniera efficace e rapida

Ma cominciamo dal principio.
La concentrazione e’ uno dei primi termini di psicologia sportiva che gli atleti si sentono ripetere quando iniziano a praticare seriamente il loro sport: gli allenatori dicono spesso cose tipo: “Ora concentrati!” o “Focus! Rimani focalizzato…”
Io, di base, non ero un ragazzo distratto, ma avevo un grosso problema: non conoscevo un metodo pratico per concentrarmi! Come si fa?!? Onestamente non ero il solo!
In generale, molti atleti provano a farlo, ma finiscono per concentrarsi su cose che sono fuori dal loro controllo come, per esempio, vincere l’incontro. In questo modo ottengono solo l'effetto contrario: focalizzare su un obiettivo non perseguibile o lontano rende più ansiosi, nervosi e meno concentrati!

E quindi cosa bisogna fare? Partiamo introducendo i “4 stili di concentrazione” definiti da Robert Nideffer in “The Inner Athlete” un libro pubblicato quasi 40 anni fa che tratta di psicologia applicata allo sport:

  • Esterno allargato
  • Esterno ristretto
  • Interno allargato
  • Interno ristretto

E' esattamente negli spazi fisici individuati da questi punti che un atleta, nello specifico un pallavolista, deve andare a cercare la concentrazione: altrove non la troverà MAI!

1) Esterno Allargato (External wide)
Si tratta di una visione non specifica, ma che dà al pallavolista una visione ampia del "tutto": molto utile a livello di gestione della tattica.
Non cercare gli elementi che vi dirò a breve diminuisce il numero di informazioni che un giocatore possiede. Poche o parziali informazioni sono sinonimo di valutazioni insufficienti a fare la scelta giusta.
Si parla di esterno allargato  quando, dopo aver colpito la palla il giocatore percepisce il suo avversario, vede come si muovono i suoi compagni, dove la palla volerà o verrà colpita e, conseguentemente, prenderà delle decisioni.
Cercare questi elementi porta a mantenere o trovare la concentrazione da un punto di vista tattico.
Non prendere ripetutamente la decisione tattica giusta porta sempre e solo ad una conclusione: la panchina.

2) Esterno Ritretto (External narrow)
Si parla di esterno ristretto quando il giocatore che sta per colpire la palla è focalizzato totalmente sulla palla!
Nella pallavolo questo è fondamentale da un punto di vista tecnico! Si vede ogni tanto qualche “fenomeno”  su youtube che propone gesti no-look....mai visto fare sul 24 pari di una partita importante. Cercare di fare un gesto tecnico efficace senza guardare la palla non funziona. In sostanza: stai sbagliando qualcosa che ti è sempre venuto? Non ti senti sicuro? Se vuoi trovare la concentrazione devi cercare nel pallone.
Non è semplice. Daniel Goleman ha creato un business sull'intelligenza emotiva, la concentrazione etc. Vi riporto una sua frase:

Riuscire a concentrarsi in mezzo al chiasso è un indice di attenzione selettiva. 

Cioè: devi azzerare il contorno e focalizzarti sull'obiettivo giusto.
Detta in altre parole: siamo capaci tutti a fare un palleggio contro il muro, ma riusciamo tutti a fare un palleggio efficace nel momento clou di un match di finale?
Concentrandosi sì!
Come?? Cerca l'attenzione nel pallone. Solo lì la troverai.

3) Interno Allargato (Internal wide)
Questo è un momento importante dal punto di vista mentale e si sviluppa nel pre-partita quando il giocatore ripassa la strategia che dovrà usare da lì a breve.
Nella pallavolo di medio-alto livello è facilmente individuabile il luogo fisico in cui cercare la concentrazione: è in spogliatoio, e devi cercare la concentrazione nel foglio tattico che ti ha dato il tuo allenatore. Solo lì la trovi. In uno sport di squadra è interessante anche confrontarsi con i compagni in questo frangente: la tattica può essere più o meno corretta, più o meno condivisa, ma è fondamentale, per poter esprimere un buon gioco, che sia messa in pratica coralmente da tutti (anche dai più scettici).

4) Interno Ristretto (Internal narrow)
Qui torniamo al campo della tecnica. Si parla di interno ristretto quando il giocatore visualizza un gesto tecnico appena prima di compierlo nella realtà. E' complementare al concetto di esterno ristretto.
L'interno ristretto aiuta a trovare la concentrazione prima dell'azione, l'esterno ristretto durante.
E' molto importante pensare ad un gesto tecnico perfetto per poterlo eseguire correttamente, soprattutto quando si è in difficoltà.
Rigirando il ragionamento: sei in difficoltà nell'eseguire un gesto tecnico? Devi concentrarti? Cerca la concentrazione nella visualizzazione del gesto tecnico corretto: solo lì la troverai!

Inutile dire che l’efficacia del nostro gioco dipende da come sappiamo passare facilmente da un tipo di concentrazione a un altro.
E’ molto importante restare focalizzati sulla ricerca di soluzioni a problemi che sono un modo automatico per concentrarsi.
Esempio: so di sbagliare sempre nel fare il bagher perché muovo troppo le braccia? Il mio pensiero deve essere: "non devo muovere le braccia"!. Rimanere invece dentro il problema (“il mio bagher fa schifo”, “non mi sento sicuro”, “ora mi battono sopra”) ha l’unico risultato di rendere il problema sempre più presente e profondo (di difficile soluzione) perché questi pensieri ti rendono sempre più nervoso, dubbioso e… incazzato. E magari il coach ha già chiamato il cambio ...ma non lo ha ancora fatto...ma tu lo hai visto..etc. Ma insomma: stai giocando o cosa? Se guardi in posti in cui non andrai a trovare nulla di positivo non avrai giovamento: non devi cercare là!


Un altro punto fondamentale sulla concentrazione è che puoi perderla quasi istantaneamente, ma ti ci vuole un bel po’ per ritrovarla.



Perché è importante conoscere e percepire il cambiamento della concentrazione?
Perché si può innestare un circolo vizioso. Quando ti rendi conto che la tua concentrazione è calata  DEVI ricostruirla, ma ti ci vorrà un po’ di tempo. Durante questo tempo continuerai a non essere totalmente focalizzato e questo può continuare a farti commettere degli errori. E' molto importante in questo frangente sopportare gli errori: se non lo fai perderai di nuovo la concentrazione e quindi dovrai ricominciare daccapo. E così via!

Sembra solo tanta teoria, ma è pratica pura ed è difficile! Richiede allenamento anche nel corso degli allenamenti, scusatemi il gioco di parole.
D'altronde:


Ogni volta che il mondo vede una persona di successo, nota solo la gloria pubblica, e mai i sacrifici fatti in privato per raggiungerla.
(Vaibhav Shah)

E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non avevi le ali.
(Alda Merini)



Concentrati sulla vittoria: ora che sai dove trovare la concentrazione Vincerai!