mercoledì 29 marzo 2017

Mi si sono intrecciati i diti, ovvero: si fa presto a dire Mental Coaching!

"Orimbelli: S'accomodi Fracchia... Fracchia, siccome ormai tutti sappiamo che lei è un mediocre, ma cosa dico mediocre? Lei è la quinta essenza della mediocrità! 

Belva Umana: ... 

Orimbelli: Ehm, no, giusto? Se sbaglio mi corregga! Lei tace, quindi acconsente: lei è un mediocre... 

Belva Umana: ... 

Orimbelli: E siccome dobbiamo lanciare un prodotto, al cioccolato, che soddisfi un po' il gusto del consumatore medio, che vorremmo chiamare "Il Sempliciotto", ecco; lei che è un mediocre, li assaggerà tutti, e ci dirà, quale le piace di più! 

Dal film "Fracchia, la belva umana"

L'idea di questo articolo è nata grazie all'intervento di Simone Di Tommaso, coach della scuola di beach volley "Beach Project". Come sempre nessuna pretesa di scientificità, ma solo considerazioni personali.
Potrete trovare il testo nella sue veste ufficiale sulla pagina della scuola e, per la precisione, cliccando qui.


Mi si sono intrecciati i diti
ovvero: si fa presto a dire Mental Coaching!


Quando il coach della beach volley project mi ha chiesto di parlare della mia esperienza non credo pensasse che avrei citato Paolo Villaggio per parlare di Mental Coaching!
Rischi del mestiere.
Per i meno giovani: “Mi si sono intrecciati i diti, me li streccia?” è uno dei tormentoni del ragioniere Giandomenico Fracchia, personaggio ipertimido, goffo e servile ben oltre il limite di caso patologico di Paolo Villaggio.

Cosa c'entra con il mental coaching? Ve lo spiego subito raccontandovi la mia esperienza attiva nei due sport che prediligo: pallavolo e corsa (trail running per essere precisi!)!

Nel corso degli ultimi anni sia il mondo del podismo che quello del volley sono stati attraversati da svariate innovazioni, tanto che un podista di ieri avrebbe difficoltà a riconoscersi nell’attuale momento storico e un pallavolista di ieri ha maggiori difficoltà di lettura e conoscenza del gioco di quelle che pensa di avere (permettetemi la polemica).

La più giovane innovazione riguarda, per l'appunto, l’allenamento mentale!
Quando sento parlare di mental coaching, mi imbatto spesso in una tesi un po' superficiale:

tutti possono seguire un programma di allenamento mentale

Non è mia intenzione smontare questa tesi, anche perché non la considero sbagliata, ma incompleta!

Praticare o allenare sport di squadra e non mi ha portato, per forza di cose, a dover incontrare, scontrare o imparare a conoscere compagni di squadra, avversari o i miei stessi limiti e capacità.
Non potrebbe essere più banale affermare che esistono migliaia di profili psicologici diversi e altrettanti modi di preparare e affrontare le competizioni.
Mi passerete, pertanto, 2 affermazioni altrettanto banali:
  1. ogni allenatore ha una sua ricetta di allenamento, ma ogni bravo allenatore la modifica per ottenere il miglior rendimento possibile dal suo atleta;
  2. tutti gli atleti possono migliorare, ma non tutti possono diventare campioni.


Se quanto detto sopra non si verifica o non viene riconosciuto da un allenatore, per quanto potranno essere ben fatti, i suoi allenamenti risulteranno comunque inutili perché non tarati sull'atleta.
A maggior ragione questo concetto è valido per una materia nuova e ancora inesplorata come il mental coaching.

Quando si parla di allenamento mentale sia l’atleta che l’allenatore spesso utilizzano ricette preconfezionate che non necessariamente producono sul singolo gli stessi effetti che hanno prodotto su altri.
In altri termini:

Tutti possono seguire un programma di allenamento mentale,
ma il giovamento sarà proporzionale all’equilibrio del soggetto

È veramente ottimistico credere che una persona non equilibrata riesca a seguire un piano di allenamento mentale. 
Bisogna stabilire una serie di relazioni fra le caratteristiche che deve avere una personalità equilibrata e quelle che si cerca di allenare con un allenamento mentale. Se il soggetto di base non le possiede per nulla è dura allenare qualcosa partendo da zero!

Per allenare la concentrazione è necessaria una forza di volontà anevrotica, per allenare la determinazione è necessaria la forza di carattere, per allenare la sicurezza è necessaria l’autostima, per allenare il rilassamento è necessaria la calma etc.


E qui torniamo al ragionier Fracchia: allenereste la determinazione del ragioniere??

È anche ottimistico sperare di usare la dimensione sportiva per “creare” queste caratteristiche positive in persone che non le hanno, soprattutto nell’amatore: si fa sport per poche ore alla settimana, mentre si vive per 24 ore al giorno!
Lo sport di resistenza o l'attività in gruppo/squadra può essere un utile strumento per migliorare la personalità, ma dev'essere utilizzato correttamente.

L’esempio della forza di volontà che fa Roberto Albanesi in uno dei suoi numerosi studi sulla corsa è lampante: 
"esistono molti atleti dilettanti con scarsa forza di volontà anevrotica che nel gesto sportivo sembrano impiegare notevoli risorse; un osservatore esterno li descriverebbe come atleti che “sanno soffrire”, sembrano dotati di una grandissima forza di volontà. In realtà, conosciuti nella vita di tutti i giorni, dimostrano notevoli limiti: non sanno smettere di fumare, non sanno mettersi a dieta se hanno qualche chilo di troppo, non sanno affrontare situazioni banali come una visita dal dentista. È chiaro che la loro forza di volontà nello sport è di tipo nevrotico, cioè finalizzata a un risultato che la mente vuole perseguire a tutti i costi.
Su questi individui un programma di allenamento mentale può essere pericoloso o del tutto inutile in quanto potrebbero abbandonare lo sport quando la nevrosi ha termine, cioè quando “non gli interessa più”. Viceversa, se si rende edotto l’atleta dei propri limiti caratteriali, lo si può indirizzare, tramite lo sport, allo sviluppo di un’ottima forza di volontà anevrotica."

Questo provoca enormi benefici all'atleta soprattutto “fuori dal campo”: a differenza dell’allenamento fisico, quello mentale non si dimentica. 

Chi è calmo lo resta per tutta vita

Attenzione: chi ha bisogno di esercizi continui per rimanere calmo è perché alla fine calmo non è. Lo dimostrano tutti quei soggetti che si affidano a tecniche e filosofie che fanno intervenire quando la loro vera natura li porta su terreni negativi. Occorre, quindi, distinguere fra:
  • soluzioni sintomatiche
  • soluzioni causali
Il paragone con i farmaci è ovvio. Se ho una malattia posso curarne i sintomi (ma non le cause) oppure andare a fondo e colpire le cause (e i sintomi spariranno). La prima soluzione è interessante, ma presenta tutta una serie di problemi facilmente intuibili, il primo dei quali è che è attuabile solo se le cause se ne vanno da sole altrimenti dovrò imparare a convivere con la malattia.
Ci sono moltissimi individui che adottano soluzioni sintomatiche ritenendole causali. Un esempio è offerto da tutte quelle tecniche o stili di vita che dovrebbero rendere calma la vita del soggetto. Molto spesso si scopre che quotidianamente la persona vive in un meccanismo a due stadi: dapprima parte lo stress (il lavoro, la moglie, i figli, la suocera, i rapporti con il vicino e mille altre cause), appena il soggetto lo avverte prende la sua medicina e si calma. Lui è veramente convinto che la sua medicina sia causale, mentre non si rende conto che è sintomatica. Lo stress parte comunque e, come insegnano i principi di neurobiologia, attiva tutta una serie di meccanismi negativi.

Il problema è che al soggetto sembra impossibile eliminare lo stress, l’ansia, la depressione o altri fattori negativi della vita: se li tiene e usa le sue meravigliose tecniche per limitare i danni.

L’alternativa è (e si può, visto che ci sono individui che ci riescono) eliminare stress, arrabbiature, depressioni, ansie, stanchezze etc. Ovviamente occorre trovare soluzioni causali.

Un allenamento mentale basato su esercizi porta quasi inevitabilmente a soluzioni sintomatiche. Sfruttando il fatto che la memoria mentale è molto migliore di quella fisica di muscoli, cuore e altre grandezze fisiologiche (ogni grandezza fisiologica si deallena in poche settimane), è possibile sostituire al concetto di esercizio quello di prova.

Una prova è una condizione che, se superata, produce effetti duraturi nel tempo.

Obiettivo del mental coach è migliorare l'uomo prima che l'atleta e ciò implica anche la conoscenza dei propri limiti e debolezze.
In sintesi: sapere dov'è un limite è l'unico modo per poterlo spostare, ma non facciamo credere a Fantozzi che lo trasformeremo in Rambo!




parte delle informazioni sono tratte da un lavoro di Roberto Albanesi

sabato 25 marzo 2017

Essere liberi in un minuto

Le città sono sempre state come le persone, esse mostrano le loro diverse personalità al viaggiatore. A seconda della città e del viaggiatore, può scoccare un amore reciproco, o un’antipatia, un’amicizia o inimicizia. Solo attraverso i viaggi possiamo sapere dove c’è qualcosa che ci appartiene oppure no, dove siamo amati e dove siamo rifiutati.
Roman Payne




E' stato un lavoro lungo, ma finalmente si vedono i primi frutti: grazie a tutti coloro che hanno collaborato e continueranno a farlo!
Costruiamo insieme un mondo migliore!

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domenica 5 marzo 2017

Vuoi trovare la concentrazione? Cercala nei posti in cui si trova

Nei primi anni di questo secolo, ogni giorno – quale che fosse il tempo, con il sole o con la neve – si vedeva un uomo passeggiare attorno ai bastioni della città di Vienna. Quest’uomo era Beethoven, il quale, nel corso dei suoi vagabondaggi, elaborava nella propria testa le magnifiche sinfonie che poi avrebbe messo sulla carta. Per lui il mondo smetteva di esistere; invano le persone si levavano il cappello al suo passaggio. Lui non vedeva nulla; la sua mente era altrove.
(Walter Benjamin) 


Non si può trovare qualcosa cercandola dove non è: principio banalissimo ma sempre valido, anche se parliamo di concentrazione.




Con questo post proveremo a definire gli spazi fisici in cui andare a cercarla e vedremo qualche suggerimento per trovarla in maniera efficace e rapida

Ma cominciamo dal principio.
La concentrazione e’ uno dei primi termini di psicologia sportiva che gli atleti si sentono ripetere quando iniziano a praticare seriamente il loro sport: gli allenatori dicono spesso cose tipo: “Ora concentrati!” o “Focus! Rimani focalizzato…”
Io, di base, non ero un ragazzo distratto, ma avevo un grosso problema: non conoscevo un metodo pratico per concentrarmi! Come si fa?!? Onestamente non ero il solo!
In generale, molti atleti provano a farlo, ma finiscono per concentrarsi su cose che sono fuori dal loro controllo come, per esempio, vincere l’incontro. In questo modo ottengono solo l'effetto contrario: focalizzare su un obiettivo non perseguibile o lontano rende più ansiosi, nervosi e meno concentrati!

E quindi cosa bisogna fare? Partiamo introducendo i “4 stili di concentrazione” definiti da Robert Nideffer in “The Inner Athlete” un libro pubblicato quasi 40 anni fa che tratta di psicologia applicata allo sport:

  • Esterno allargato
  • Esterno ristretto
  • Interno allargato
  • Interno ristretto

E' esattamente negli spazi fisici individuati da questi punti che un atleta, nello specifico un pallavolista, deve andare a cercare la concentrazione: altrove non la troverà MAI!

1) Esterno Allargato (External wide)
Si tratta di una visione non specifica, ma che dà al pallavolista una visione ampia del "tutto": molto utile a livello di gestione della tattica.
Non cercare gli elementi che vi dirò a breve diminuisce il numero di informazioni che un giocatore possiede. Poche o parziali informazioni sono sinonimo di valutazioni insufficienti a fare la scelta giusta.
Si parla di esterno allargato  quando, dopo aver colpito la palla il giocatore percepisce il suo avversario, vede come si muovono i suoi compagni, dove la palla volerà o verrà colpita e, conseguentemente, prenderà delle decisioni.
Cercare questi elementi porta a mantenere o trovare la concentrazione da un punto di vista tattico.
Non prendere ripetutamente la decisione tattica giusta porta sempre e solo ad una conclusione: la panchina.

2) Esterno Ritretto (External narrow)
Si parla di esterno ristretto quando il giocatore che sta per colpire la palla è focalizzato totalmente sulla palla!
Nella pallavolo questo è fondamentale da un punto di vista tecnico! Si vede ogni tanto qualche “fenomeno”  su youtube che propone gesti no-look....mai visto fare sul 24 pari di una partita importante. Cercare di fare un gesto tecnico efficace senza guardare la palla non funziona. In sostanza: stai sbagliando qualcosa che ti è sempre venuto? Non ti senti sicuro? Se vuoi trovare la concentrazione devi cercare nel pallone.
Non è semplice. Daniel Goleman ha creato un business sull'intelligenza emotiva, la concentrazione etc. Vi riporto una sua frase:

Riuscire a concentrarsi in mezzo al chiasso è un indice di attenzione selettiva. 

Cioè: devi azzerare il contorno e focalizzarti sull'obiettivo giusto.
Detta in altre parole: siamo capaci tutti a fare un palleggio contro il muro, ma riusciamo tutti a fare un palleggio efficace nel momento clou di un match di finale?
Concentrandosi sì!
Come?? Cerca l'attenzione nel pallone. Solo lì la troverai.

3) Interno Allargato (Internal wide)
Questo è un momento importante dal punto di vista mentale e si sviluppa nel pre-partita quando il giocatore ripassa la strategia che dovrà usare da lì a breve.
Nella pallavolo di medio-alto livello è facilmente individuabile il luogo fisico in cui cercare la concentrazione: è in spogliatoio, e devi cercare la concentrazione nel foglio tattico che ti ha dato il tuo allenatore. Solo lì la trovi. In uno sport di squadra è interessante anche confrontarsi con i compagni in questo frangente: la tattica può essere più o meno corretta, più o meno condivisa, ma è fondamentale, per poter esprimere un buon gioco, che sia messa in pratica coralmente da tutti (anche dai più scettici).

4) Interno Ristretto (Internal narrow)
Qui torniamo al campo della tecnica. Si parla di interno ristretto quando il giocatore visualizza un gesto tecnico appena prima di compierlo nella realtà. E' complementare al concetto di esterno ristretto.
L'interno ristretto aiuta a trovare la concentrazione prima dell'azione, l'esterno ristretto durante.
E' molto importante pensare ad un gesto tecnico perfetto per poterlo eseguire correttamente, soprattutto quando si è in difficoltà.
Rigirando il ragionamento: sei in difficoltà nell'eseguire un gesto tecnico? Devi concentrarti? Cerca la concentrazione nella visualizzazione del gesto tecnico corretto: solo lì la troverai!

Inutile dire che l’efficacia del nostro gioco dipende da come sappiamo passare facilmente da un tipo di concentrazione a un altro.
E’ molto importante restare focalizzati sulla ricerca di soluzioni a problemi che sono un modo automatico per concentrarsi.
Esempio: so di sbagliare sempre nel fare il bagher perché muovo troppo le braccia? Il mio pensiero deve essere: "non devo muovere le braccia"!. Rimanere invece dentro il problema (“il mio bagher fa schifo”, “non mi sento sicuro”, “ora mi battono sopra”) ha l’unico risultato di rendere il problema sempre più presente e profondo (di difficile soluzione) perché questi pensieri ti rendono sempre più nervoso, dubbioso e… incazzato. E magari il coach ha già chiamato il cambio ...ma non lo ha ancora fatto...ma tu lo hai visto..etc. Ma insomma: stai giocando o cosa? Se guardi in posti in cui non andrai a trovare nulla di positivo non avrai giovamento: non devi cercare là!


Un altro punto fondamentale sulla concentrazione è che puoi perderla quasi istantaneamente, ma ti ci vuole un bel po’ per ritrovarla.



Perché è importante conoscere e percepire il cambiamento della concentrazione?
Perché si può innestare un circolo vizioso. Quando ti rendi conto che la tua concentrazione è calata  DEVI ricostruirla, ma ti ci vorrà un po’ di tempo. Durante questo tempo continuerai a non essere totalmente focalizzato e questo può continuare a farti commettere degli errori. E' molto importante in questo frangente sopportare gli errori: se non lo fai perderai di nuovo la concentrazione e quindi dovrai ricominciare daccapo. E così via!

Sembra solo tanta teoria, ma è pratica pura ed è difficile! Richiede allenamento anche nel corso degli allenamenti, scusatemi il gioco di parole.
D'altronde:


Ogni volta che il mondo vede una persona di successo, nota solo la gloria pubblica, e mai i sacrifici fatti in privato per raggiungerla.
(Vaibhav Shah)

E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non avevi le ali.
(Alda Merini)



Concentrati sulla vittoria: ora che sai dove trovare la concentrazione Vincerai!

lunedì 20 febbraio 2017

Orgogliosamente fuori tema

Cercate le anime con cui vibrate in sintonia, e rafforzate i legami che vi uniscono a loro. Ricordatevi che il vostro tempo sulla Terra è stato scelto con grande attenzione per permettervi di lavorare tranquillamente con gli altri gruppi di anime che partecipano allo sviluppo del pianeta. Non formulate alcun giudizio su chi vi sta intorno, e lasciate che continui a percorrere il suo sentiero. Entrate in sintonia con tutti coloro che riconoscete o che suscitano in voi un forte senso di risonanza. La vostra ricettività a incontrare gli altri su un sentiero spirituale li attira verso di voi, e la vostra quota di consapevolezza vi aiuta telepaticamente a raggiungere scopi umanitari su scala globale.

James Ridfield, La profezia di Celestino


Questa volta per descrivere un episodio scrivo senza brutte copie o altri strumenti della scrittura, così come le lettere escono dalle dita (erano i tempi in cui uscivano dalle penne!!). Mi perdonerete i termini poco tecnici o il non uso di quelli politically correct.

Con questo post vi voglio semplicemente raccontare la giornata di giovedì mattina passata insieme agli amici di uRadio e i loro ospiti Chiara, Claudia e Alessandro, per registrare una puntata radio accessibile. A proposito, prima di dimenticarmi, vi invito a vederla sul canale youtube di uRadio o in podcast venerdì 24 febbraio alle 17 (data un occhio alla pagina facebook di uRadio o Global Accessibility per saperne di più).

Ormai è da un po' di tempo che cerco di occuparmi, studiare e conoscere il mondo della disabilità e tutte le sue meraviglie, contraddizioni ed abilità. Non voglio entrare in bagarre più o meno politiche quindi taglio corto: più lo conosco e più vedo abilità, persone uniche e chiusure mentali.
A dir la verità quando parlo di "chiusura" la intendo in maniera bi-direzionale tra i cosiddetti normodotati e gli "altri".
Ad ogni modo....
Ciò che mi ha stupito e colpito giovedì è stata la mia necessità, inespressa in potenza, di comunicare con chi non può sentirmi. Non potete capire la frustrazione che ho provato nel non potere dialogare con Chiara senza passare per Claudia, l'interprete Lis. La cosa veramente frustrante e fastidiosa per me è che Chiara poteva capire ogni cosa di quello che io dicevo leggendo le mie labbra, mentre io non ero in grado di cogliere le sue risposte e domande poiché non comprendevo la lingua dei segni.

Mi sentivo in gabbia...anzi mi sentivo menomato, mancante.
Non credo di essere in grado di descrivere la sensazione pienamente. Drammatico. E non potevo fare nulla.

Con la puntata radio di venerdì i ragazzi di uRadio hanno voluto iniziare ad esplorare il mondo della disabilità. Se ne parla spesso da qualche anno a questa parte, ma senza conoscerlo veramente, soprattutto da un punto di vista psicologico e di sentimento.

Vi faccio una domanda per capire meglio cosa intendo per "aspetto psicologico": camminando per strada vi sarà capitato innumerevoli volte di incontrare qualche ragazzo/a in sedia a rotelle o con un bastone bianco(e uso volutamente questa terminologia!). Sapreste dirmi quando vi è capitato di incontrare un sordo?
Potrei scommettere che la maggior parte di voi non sa rispondere o risponderà "mai".... onestamente anch'io sarei nella stessa situazione.

Invisibilità

Ed è solo un "aspetto psicologico" da considerare per conoscere una problematica di un sordo. Se ne possono citare diverse per ogni tipologia di disabilità e per ogni forma di difficoltà che una persona anche non disabile si potrebbe trovare ad avere.

Io non credo che le persone siano raggruppabili in mondo opposti: diversi sì, ma non inconciliabili e soprattutto non incomunicabili.

Conoscere altre manifestazioni di noi ci arricchisce e ci aiuta a crescere e migliorare perché ci dà la possibilità di trovare noi stessi.



Arzigogolamente parlando il ragionamento che faccio è simile a quello che suggeriva Calvino parlando di iper-romanzo, romanzo e processo di scrittura.
Il significato che Calvino dava al termine iper-romanzo era di

infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili

il romanzo nasceva quando lo scrittore incominciava a scartare tutti i romanzi che non voleva scrivere. Una sorta di scultore che estrae l'immagine della statua dalla roccia.
"Conoscere" è un processo bi-direzionale: ci connette con gli altri e, tramite l'esperienza, ci aiuta a definirci e trovarci.

Conoscere per capire, scegliere cosa scartare e trovarsi:

"Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono."

Prima Lettera ai Tessalonicesi (5, 21) di San Paolo.

Credo di essere andato fortemente fuori tema, ma penso che in fondo fosse inevitabile: impossibile dare un ordine a un flusso di pensieri personalissimi. Difficile anche essere chiaro probabilmente. L'esperienza di giovedì mi ha dato molto da pensare e riflettere.

Non so cosa possa venire fuori dalla puntata che andrà in onda venerdì, ma vi consiglio di darle un'occhiata. Vi lascio di seguito la promo come anteprima di quello che potreste trovare:


giovedì 2 febbraio 2017

Con-Vincere

Strano, lo sguardo del cane che spinge. È sempre una faccenda che lo assorbe molto. Preferirebbe non essere visto, vorrebbe tanto guardare altrove, ma la cosa richiede tutta la sua concentrazione. Si tratta di ottenere un equilibrio pendolare del treno posteriore, di calcolare un'esatta verticale, di non farsela sulle zampe e di non caderci seduto dentro. Un gran numero di parametri da valutare contemporaneamente. Si vorrebbe fare in fretta e con discrezione, ma l'evento richiede lentezza, esige applicazione. La fronte si corruga, il sopracciglio si aggrotta. Se c'è una circostanza della sua vita in cui il cane sembra pensare, un momento di pura introspezione, è quando spinge.
Daniel Pennac




Come ho deciso di parlare dell'argomento di questo post? Semplice: sono stanco! La finale di Coppa Italia ha lasciato parecchie scorie nonostante il match in sé non sia stato tra i più complicati che abbia giocato a causa di alcune defezioni nella squadra avversaria.
Il calendario serrato, però, ci ha imposto di tornare in campo per una gara ufficiale ed importante a soli 4 giorni di distanza dalla finale. Mi sono dunque trovato di fronte ad un grave problema: come fare per giocare al massimo la partita che mi aspetta e superare questa condizione di stanchezza fisica e mentale in poco tempo?

Mi aiuterò con articoli di esperti per rispondere, quindi innanzitutto definiamo un termine particolare: “arousal”.
Con questa parolina si indica in psicofisiologia l’intensità dell’attivazione fisiologica e comportamentale dell’organismo.
Quando l’organismo deve effettuare una prestazione deve attivarsi, cioè mettere in moto una serie di processi caratteristici dello stato di arousal, quali:
  • aumento della vigilanza e dell’attenzione (attivazione del sistema nervoso centrale)
  • i muscoli si preparano allo sforzo (attivazione del sistema muscolo-scheletrico)
  • cuore e polmoni si attivano per sopportare lo sforzo (sistema vegetativo simpatico)

L’energia psichica è l’attivazione della mente e sta alla base della motivazione; quando è associata ad emozioni come eccitazione e felicità è positiva, quando è associata ad emozioni come ansia e rabbia è negativa.

Come già detto in qualche post precedente lo stato di stress si verifica quando gli atleti vedono uno squilibrio tra quello che è chiesto loro di fare (sfida) e quello che invece essi sentono di essere capaci di fare (livello di abilità).

Lo stato di flow è il livello ottimale dell’energia psichica associato ad un adeguato livello di stress (il cosiddetto stress positivo); il flow è caratterizzato da un arousal (attivazione) funzionale al raggiungimento dell’obiettivo sportivo.
Nello stato di flow l’attenzione è orientata sul compito, l’atleta non è disturbato dai propri pensieri poichè è completamente assorbito dalla sua attività e sente di controllare le proprie azioni.
L'atleta è con-CENTRATO: tutto quello che andrà a fare è chiaro nella sua testa compreso l'obiettivo da perseguire e il modo(strategia) per raggiungerlo.

Uno stato di eccitazione eccessivo comprometterebbe la performance, così come il suo contrario.

I segnali tipici di una iper-attivazione sono:
  • Ansietà
  • Tensione e rigidità muscolare (per un libero o un ricevitore in genere vuol dire perdere precisione nel bagher in maniera importante e sbattere i palloni di difesa....un disastro!!!)
  • Aumento della frequenza cardiaca, respiro irregolare, innalzamento della pressione arteriosa
  • Affaticamento precoce
  • Scarso controllo delle proprie reazioni emotive (scatti di rabbia)
  • Difficoltà di concentrazione e di attenzione
  • Attenzione spostata sui fattori distraenti esterni (ambiente, pubblico, arbitri) o interni (idee negative che producono sfiducia e conseguenti errori indotti)

I segnali di una ipo-attivazione, al contrario, sono:
  • Sensazione di mancanza di energia (sono stanco!)
  • Scarsa concentrazione (distrazione, attimi di confusione psicologica, indecisione)
  • Troppa riduzione della tensione e dell’ansia (mancanza di stimoli)
  • Disinteresse e demotivazione
  • Noia e pigrizia
  • Scarsa valutazione del tempo e incapacità di anticipazione (disastrosa in difesa o per un alzatore: non si anticipa tatticamente l’azione, non si scatta per un recupero)
  • Sensazione psichica di impotenza (è inutile tentare, tanto non ce la faccio)

Al momento io potrei essere in questa seconda fase. Quali consigli per uscirne? La psicologia della sport suggerisce di:

  1. Effettuare esercizi per mantenere alta la frequenza respiratoria (respirazione rapida e frequente)
  2. Esercizi di mobilizzazione, da fare sia prima della partita che la mattina nell'allenamento di rifinitura
  3. Revisione mentale dei propri obiettivi e visualizzazione dello schieramento degli avversari. Prima della partita si fa sempre quando si studia insieme al coach l'avversario, ma per esperienza personale posso dire che riuscire a farlo in tutte le azioni (dall'inizio della partita), anche se ripetitivo, innesca un meccanismo potentissimo di attivazione dell'attenzione e di focalizzazione sul “qui e ora” necessario per affrontare al top il match
  4. Linguaggio interno positivo
  5. Con l’uso della visualizzazione recuperare stati emotivi positivi di esperienze passate. Anche questo suggerimento mi capito di metterlo in atto spesso. Io, per esempio, cerco di ricordare partite con un coefficiente di difficoltà maggiore di quella che sto per giocare e in cui ho risolto situazioni che mi si andranno a riproporre a breve. Il mio ragionamento è: “se sono riuscito in quella situazione che era più complessa a maggior ragione posso riuscirci ora”!

Sono un'extra rispetto al post, ma elenco velocemente anche alcuni metodi per abbassare il livello di attivazione:
  • Effettuare esercizi per mantenere bassa la frequenza respiratoria (respirazione profonda e regolare)
  • Esercizi di rilassamento muscolare (mezz’ora prima della partita oppure in campo durante le fasi più impegnative e stressanti)
  • Esercizi di focalizzazione dell’attenzione
  • Esercizi di deconcentrazione dai fattori distraenti
  • Sviluppare un atteggiamento mentale positivo
Sembra facile vincere, sembra facile vincere spesso. In realtà "vincere" richiede concentrazione continua e tanta forza di volontà per superare le barriere che il proprio IO ci mette davanti.
Non possiamo essere sempre al 100%, ma possiamo sempre dare il 100% e trovare le soluzioni ai problemi che gli avversari ci propongono: dipende solo da noi. In questo modo proverò ad affrontare il complicato match di domani.



Prepararsi a vincere
Vincere
Sopportare la pressione della vittoria(aspettative proprie e degli altri)


Tre aspetti del vincere che vanno allenati continuamente.

ps: e complimenti a noi per la vittoria della Coppa Italia che per la prima volta va a Siena!

lunedì 23 gennaio 2017

Strategie utili


Pratica l’arte del miglioramento continuo ogni giorno.
Lavora sodo per migliorare mente e corpo. Nutri il tuo spirito. Fai le cose di cui hai paura. Sciogli le briglie all’energia e all’entusiasmo. Guarda sorgere il sole. Balla sotto la pioggia. Sii la persona che sognavi di essere. Fai le cose che hai sempre voluto fare 
Robin Sharma, "Il monaco che vendette la sua Ferrari"



Disse Michael Jordan, che sicuramente qualcosa ha vinto:

“Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l'intelligenza che si vincono i campionati.” 

Domenica giocheremo con la mia squadra, Emma Villas Volley Siena, la finale di Coppa Italia. Una partita secca che assegna un trofeo. Una gara unica, senza appello. La frase di Michael Jordan, che in senso assoluto condivido pienamente, mi ha fatto pensare: la partita di finale di domenica è persa in partenza da una delle due squadre (quella meno talentuosa evidentemente) o si possono abbattere le variabili negative che portano ad una sconfitta e non solo limitare i danni, ma addirittura ribaltare il pronostico?

Continuo il mio ragionamento con una famosissima frase del “Generale”  Robert Montgomery Knight:

"Tutti vogliono vincere, ma non tutti sono disposti a prepararsi per vincere".

Per chi non sapesse di chi sto parlando trattasi dell’allenatore che ha vinto più partite nella NCAA,  ovvero la National Collegiate Athletic Association, l’associazione che coordina e gestisce i campionati sportivi universitari americani. Nel caso specifico il riferimento è al torneo di pallacanestro.

Riprendendo il filo del discorso: la vittoria necessita di un’adeguata preparazione, e se forse è scontato essere d’accordo con me a livello teorico, probabilmente non lo è altrettanto a livello pratico.

Partiamo da un'idea di base: da molti giorni prima di una finale un'atleta inizierà a visualizzare o immaginare la partita o la singola azione che andrà ad affrontare. Personalmente tra le immagini che più mi girano inconsciamente per la testa ci sono quelle del primo e soprattutto dell'ultimo punto della partita, ma non solo.

Gestire la visualizzazione di queste immagini è un utilissimo strumento di allenamento mentale. E' una strategia.



Quando si parla di preparazione di una vittoria si parla proprio di questo: strategie.
Quanto incide un allenatore in questo? Tanto. Quanto incide un atleta? Altrettanto. Non so dire se questo sia un bene o un male ma tant'è.

Tornando a noi, le strategie non sono altro che una specifica sequenza di azioni che mettiamo in atto per ottenere un risultato predefinito. Attenzione: questa sommaria definizione produce almeno due considerazioni ulteriori:

1. quando si parla di strategia non si parla solo di tattica di gioco, ma anche di programmazione fisica e gestione delle emozioni.
A tal proposito apro una piccola parentesi. Gestire le emozioni di un atleta significa non solo dargli stimoli giusti(se siamo allenatori) o trovare il modo di erogare in maniera continuativa e costante nell'arco della prestazione la giusta dose di energie che richiede la partita che stiamo affrontando, ma significa soprattutto incanalare i suoi pensieri e quelli dei suoi compagni nell'unica strada esistente che li possa portare a giocare come una squadra, come un tutt'uno armonico che sa dove deve andare, come arrivarci e quali ostacoli potrebbe incontrare nel corso della sua marcia.
Serve uno psicologo o un allenatore? Battute a parte: gestire un gruppo di 12/14 persone non è roba per deboli di cuore o caratteri timidi.

2.  fare qualcosa non implica fare la cosa giusta! Non è inusuale compiere “atti” che ci portano ad ottenere risultati disfunzionali ed esattamente inutili per conseguire il meglio dalla nostra performance! Una strategia non corretta, una preparazione sbagliata, sono elementi che non ci permetteranno di battere la squadra col talento.

Ma a quali obiettivi dobbiamo puntare nel momento in cui andiamo a definire le giuste strategie (magari con un mental coach o, per chi ci crede meno come me, con un buon allenatore)?

Rispondo con la mia piccola esperienza partendo dai problemi per un semplice motivo: se il mio avversario è più talentuoso di me sicuramente mi metterà in difficoltà, o perlomeno questo potrà succedere con un'alta probabilità!

Problema1
Riesci a fare “sempre bene” quello che sai fare?
Sembra una cosa stupida, ma pensiamola in un altro modo: fare un palleggio contro un muro in una palestra intanto che aspettiamo l'inizio dell'allenamento non ha la stessa difficoltà di fare un palleggio davanti a 17.000 persone(capienza massima del campo in cui giocheremo la finale di domenica)! Eppure si tratta in entrambi i casi di un semplice palleggio. Qual è la difficoltà? Apro una parentesi rivolgendomi a noi giocatori: siamo sicuri che sia una difficoltà chiara ed evidente o stiamo pensando troppo e solamente al problema?? Ovviamente è una provocazione: il problema esiste ed è prevalentemente nella nostra mente.... così come la soluzione. Come si esce da questa situazione? Isolando il gesto: il palleggio è sempre quello, non è influenzabile da elementi esterni al campo di gioco. Riuscire a replicare SEMPRE in maniera sistematica, ciò che ci riesce bene, è la base per creare una strategia di gioco: il mio avversario di talento in certe cose non ha alcun potere su di me. Questo vale sia per il gesto tecnico che per le situazioni tattiche o le fasi del gioco.

La soluzione a questo primo problema, oltretutto, mi regala 2 carte da giocare domenica:
a. isolare il gesto mi fa uscire da una situazione di difficoltà ad azione in corso
b. pensare a cosa faccio bene mi ha fatto trovare alcune aree in cui il mio avversario non può attaccarmi perché sono forte

...ancora devo iniziare a giocare e sto già prendendo un vantaggio. ;-P



Problema2
Riesci a pensare quando sei in difficoltà?
Questo problema ne sottintende un altro a lui precedente: riesci a capire quando sei in difficoltà?
Se non riesci c'è un problema grosso. Per usare una celebre frase del film Rounders - Il giocatore:

If you can't spot the sucker in your first half-hour at the table, then you are the sucker.

[Nel poker] Se non riesci a individuare il pollo nella prima mezz'ora di gioco, allora il pollo sei tu.

Se non vedi il problema non puoi risolverlo: puoi solo sperare nei tuoi compagni o nel tuo coach.
Detto questo torniamo al problema: penso quando sono in difficoltà? DEVO farlo perché è l'unico modo che ho per individuare una difficoltà e poi eventualmente risolverla. Ma come si fa?
Qui è fondamentale, mentre stai immaginando la partita almeno per la ventesima volta questa settimana, capire come potranno metterti in difficoltà domenica! Quali sono i punti in cui sei attaccabile? In questo bisogna essere preparati. Conoscere i propri punti debole è conoscere il problema. Aggiungo una nota estemporanea: la squadra che sa sopportare i propri punti deboli sembrerà quasi inattaccabile agli occhi dell'avversario. Ad ogni modo, visualizzare e cercare le soluzioni ai punti deboli è il modo migliore per risolvere il problema quando arriverà...perchè statene pur certi: arriverà! E non sarà un dramma perché avremo già le soluzioni giuste!

Anche qui una sola soluzione offre più carte da giocare per la finale:
a. potresti anticipare la strategia offensiva dell'avversario nascondendo i tuoi punti deboli e obbligandolo a giocare dove sei forte
b. identificherai il problema: sapendo come andrai in difficoltà saprai, quando vivrai la situazione che hai immaginato, che stai effettivamente andando in difficoltà. Magra consolazione, ma almeno eviterai di diventare il pollo inconsapevole di “Rounder – Il giocatore" e potrai concentrarti sul gioco da fare
c. quando andrai in difficoltà avrai già delle possibili soluzioni per poterne uscire...cosa che è diretta conseguenza del punto precedente!

Ma in sostanza come fare a progettare delle strategie che ci consentano di massimizzare il risultato ed accorciare la distanza che ci separa dal nostro talentuoso avversario?

Io cerco di avere la risposta ad alcune semplici domande:

- cosa devo fare?
- come faccio a farlo?

La domanda fondamentale  tra le due, quella che fa la differenza tra un giocatore di talento e un giocatore che vince, è la seconda!
Si tratta di estrarre e porre l’attenzione razionale su un set di azioni e comportamenti che la nostra testa esegue senza pensarci. Per farlo con precisione ci sono diversi accorgimenti e strumenti che un Mental Coach utilizza durante il suo lavoro di mental training, ma questa è un’altra storia.
Chi ha talento pensa di non aver bisogno della seconda domanda perché, per opinione generale, il “giocatore di talento” è colui che fa con naturalezza un qualsiasi movimento .......... pericolosa definizione: il giorno in cui il giocatore di talento per un qualsiasi motivo (in primis l'avversario) non riuscirà a produrre quel gesto perderà.
La strategia di un pre-match deve portare a questo: non essere attaccati dal talento e attaccarlo a nostra volta.

In questo la stra-ripetuta definizione di “sport di situazione” che identifica il volley è decisamente calzante: chi risolve prima i problemi che incontrerà vincerà la partita.

Equilibrio, atteggiamento positivo, attenzione e soprattutto preparazione.
Come si dice?
 La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l'opportunità.

Ci vediamo domenica 29 Gennaio a Bologna per vivere l'opportunità e provare a crearci la nostra Fortuna

lunedì 16 gennaio 2017

Parola ai giovani!

Sostanzialmente, la radio non è cambiata nel corso degli anni. Nonostante tutti i miglioramenti tecnici, è ancora un uomo o una donna e un microfono, la riproduzione di musica, la condivisione di storie, il parlare di diverse questioni – il comunicare con il pubblico.
Casey Kasem


Il titolo non è sbagliato, ma richiama una mia nuova esperienza: la radio!
Un'esperienza nuova dal sapore vintage, uno di quei luoghi quasi mitologici in cui la parola ancora conta qualcosa!
Un grandissimo grazie agli amici di uRadio, una realtà nata da un piccolo gruppo di studenti fuorisede dell’Università per Stranieri e dell’Università di Siena che si occupano di interviste ad artisti locali e nazionali, seguono attivamente gli eventi culturali di Siena e collaborano con numerosi locali e associazioni!
Un bellissimo progetto che arricchisce l'università e tutta la città!
Al link qui sotto troverete la divertente intervista al sottoscritto e al mio compagno di squadra Simone Di Tommaso, realizzata da Laura Muraglia e Giovanni Marchi con la regia di Silvia Stefanini:
https://www.mixcloud.com/uRadio_Siena/uradio-speciale-emma-villas-andrea-cesarini-e-simone-di-tommaso/
Discorsi più o meni seri su libri, volley, musica, coaching e turismo accessibile! Insomma, ce n'è per tutti i gusti!

lunedì 9 gennaio 2017

Essere speciale

“Non so come il mondo potrà giudicarmi ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l'oceano della verità giaceva inesplorato davanti a me.” 
Sir Isaac Newton



Questo articolo è a cura di Iacopo Melio:

Ecco 7 buoni propositi “speciali” per l’anno nuovo
I disabili non esistono, è il contesto che limita le persone. La società ha infatti un enorme potere, quello di decidere se continuare ad alimentare la disabilità oppure se, finalmente, limitare gli handicap, nel senso più sportivo del termine.

Il 2017 sta per arrivare e come sempre ognuno di noi si trova a fare a se stesso delle promesse che talvolta non riuscirà a mantenere, anche se illudersi di un miglioramento personale non fa mai male. Se non altro incoraggiare se stessi, almeno per i primi giorni del nuovo anno, ci è utile per ricaricare le pile, magari riprendendosi dalle delusioni che i precedenti 12 mesi hanno portato.
Ho deciso così di suggerirvi 7 buoni propositi che potrete tentare di "spuntare" nei confronti della disabilità. Un regalo di civiltà verso chi, come me, vive con un qualche handicap, ma soprattutto verso voi tutti.

Perché dai, diciamolo: nel 2016 è stata confermata l'esistenza delle onde gravitazionali; la sonda Juno si è avvicinata come nessuna a Giove, sfidando le sue tempeste radioattive; Philae, il lander della missione Rosetta, ha proseguito (e terminato) l'esplorazione di una cometa; l'UE si è dotata di una costellazione satellitare per osservare la Terra, per uso ambientale, geologico, agricolo e altro ancora; Paolo Nespoli ha presentato la missione VITA, che in barba ai suoi 60 anni lo porterà ad abitare per qualche mese nella Stazione Spaziale Internazionale per condurre nuovi esperimenti; è stato firmato un accordo tra la Virgin Galactic e Altec per aprire uno spazio-porto in Italia; hanno avviato la fase sperimentale per l'utilizzo del sistema di Navigazione Satellitare Europeo Galileo… e noi, comuni mortali, non siamo ancora in grado di comprendere e mettere in atto delle regole basilari di convivenza civile.

A voi, a noi, auguro quindi un nuovo anno fatto di altri piccoli passi avanti per quella rivoluzione culturale della quale abbiamo, davvero, tanto bisogno.

1. Smettere di occupare i parcheggi per disabili:
Se a Capodanno è un'impresa trovare parcheggio per tutti, fate conto che per un disabile sia il 31 Dicembre tutto l'anno. Avere l'auto vicino casa, all'ingresso di un centro commerciale o di un ufficio pubblico è un aiuto non da poco per chi ha problemi motori o non può affaticarsi (nel caso di una disabilità "invisibile"): eliminate quindi, per il prossimo anno, il vizietto di rubare diritti a destra e a manca, ma soprattutto cancellate l'arroganza che talvolta caratterizza le vostre risposte quando qualcuno vi fa notare l'errore. No, non avete ragione, mettetevi l'anima in pace che oltre ad essere superficiali, poi, risultate pure per cafoni.

2.(o 1 bis) Non usare i marciapiedi come aree di sosta:
Gli scivoli dei marciapiedi non sono stati progettati per aiutarvi a parcheggiare meglio su di essi: imparate a lasciarli liberi, per favore, perché non ci sono solo persone in carrozzina o temporaneamente infortunate, ma anche madri con i passeggini, anziani o ciclisti che potrebbero averne di bisogno. Esistono quei rettangoli con strisce bianche, o blu, intorno, dove poter mettere la macchina: sfruttateli, è legale!

3. I bagni riservati non sono pubblici:
Per definizione, smettete di fare i vostri bisogni nei nostri bagni. Perché se è vero che da seduti siamo tutti uguali, è anche vero che qualcuno non è in grado di attendere nemmeno un solo minuto se deve fare pipì o altro di più impegnativo. Non lamentatevi se poi, per dispetto o necessità, qualcuno "di noi" vi fa trovare una sorpresina davanti alla porta… < risata malefica >

4. A proposito, basta "noi" e "voi":
Impariamo a svuotare gli scompartimenti e i cassetti nei quali, fino a ieri, abbiamo infilato le persone, e buttiamo tutto e tutti in un unico sacchetto, agitando il tutto come state facendo in queste vacanze coi numeri della tombola. Anziché tracciare confini ed indicare le differenze, costruiamo ponti ed evidenziamo le uguaglianze, che fa più figo.

5. Abolire la parola "speciale":
Non stiamo parlando di un piatto di pasta cucinato dalla nonna, o dell'effetto di un film fantasy, o dell'offerta di un negozio di abbigliamento prima di Natale… Un disabile non è una persona speciale e non si considera un supereroe, anzi, ciò che desidera è conquistare una normalità, anche anonima e mediocre (in senso positivo e non dispregiativo) purché scontata: abolire questa grande etichetta è il primo importante passo per evitare la discriminazione. I disabili, in quanto persone come tutti, sono simpatici o antipatici, intelligenti o scemi, brutti o belli, buoni o stronzi. Smettiamo di vedere come straordinaria ogni cosa che facciamo, altrimenti finirete con lo stupirvi e farci un applauso ogni volta che compiamo anche il gesto più semplice, tipo tirare lo scarico del WC… e suvvia, la cosa fa un po' ridere.

6. Sfanculiamo il “politically correct”:
“Disabile”, “diversamente abile”, “soggetto a ridotta mobilità”, “persona con handicap”… Smettiamo di aver paura di chiamare le cose con il loro nome e di rapportarci ad esse: Iacopo, Laura, Marco, Serena, Pietro… Siamo persone, non siamo la nostra malattia o le nostre carrozzine, così come voi non siete il vostro paio di scarpe (questo lo dico spesso e “tira” sempre, ma è bene ribadirlo). E vi svelo un altro segreto, non solo potete dire frasi apparentemente scomode, come “usciamo a far due passi”, “non prendere questa cosa sottogamba” o ancora “ci vediamo!” (rivolto ad un cieco, ovviamente), ma potete addirittura scherzare, insieme a noi, delle nostre disabilità. Perché la cosa davvero bella è la condivisione, in positivo, di uno svantaggio che se valorizzato può diventare addirittura un punto di forza, e non certo una beffa verso qualcuno. Osate, con naturalezza, perdiana!

7. "I disabili non esistono" come mantra:
Esatto, anche questo lo dico sempre e non smetterò mai di ripeterlo. Dobbiamo avere massimo rispetto per la sofferenza e per la malattia, certo, ma non nascondersi dietro alla disabilità, perché i disabili non esistono! È il contesto, lo spazio intorno a noi, che limita le persone. Se voglio andare a cena fuori e ho qualcuno che mi aiuta a salire in auto e mi accompagna, se il ristorante non ha scale al suo ingresso e la piazza fuori ha gli scivoli adeguati per fare un giro dopocena, senza ostacoli, perché mai dovrei sentirmi disabile o svantaggiato? La società ha un enorme potere, quello di decidere se continuare ad alimentare la disabilità oppure se, finalmente, limitare gli handicap, nel senso più sportivo del termine. Si tratta di una partita troppo importante: per questo 2017 giochiamola insieme."

lunedì 2 gennaio 2017

Correre per conoscere se stessi

E’ meglio avere il fiato corto e le gambe pesanti, piuttosto che le gambe corte ed il fiato pesante.  
Mario Setragno, “Dizionario ragionato della corsa”



La prima domanda che mi fanno quando parlo delle mie scarse e sporadiche esperienze di running è cosa mi piace del correre? Perché lo faccio?

In realtà la corsa ha molti vantaggi interessanti, ma io lo faccio principalmente per uno solo dei 10 che vi elenco di seguito: provate a indovinare quale!



1. è gratis
Vi do un suggerimento: non è questo, ma è anche vero che qui esce la mia indole da “pulciaro” (per dirlo alla romana!). Bastano un paio di scarpe (buone) e una strada o un sentiero e il gioco è fatto!

2. non lega ad orari
Semplicemente ci vado quando voglio. A volte questa può essere una lama a doppio taglio se c'è un programma di avvicinamento ad una corsa da seguire, però permette sicuramente di essere più liberi  rispetto ad una tabella di allenamento di uno sport di squadra

3. è “sana”
Si sta all’aria aperta, non ci si chiude dentro una palestra. Si respira aria pura e si ossigenano corpo e cervello. Certo correre a Roma potrebbe non rendere questo punto valido per tutti, ma non starei troppo a sottilizzare!

4. riduce rischi di malattie cardiovascolari
Questa non è farina del mio sacco: secondo una recente ricerca pubblicata sul Journal of American College of Cardiology correre potrebbe ridurre fino al 45% il rischio di morte per malattie cardiovascolari. Il motivo? Fare jogging migliora la pressione sanguigna e il colesterolo buono (HDL).

5. fa dimagrire rapidamente
ovviamente è uno dei metodi migliori per bruciare calorie e regolare positivamente il metabolismo. Praticando un’ora di corsa a livello intenso si possono bruciare da 700 a 800 calorie. Certo è che  poi dovrete essere più bravi di me con l'alimentazione per rendere questo un reale vantaggio!

6. produce endorfine
Le endorfine aiutano a liberarci dallo stress e migliorare l’umore. Praticare jogging con costanza aumenta la serotonina ovvero quel neurotrasmettitore fondamentale per regolare l’umore, ma anche il sonno, l’appetito, l’apprendimento e la memoria.

7. aiuta a riposare meglio
E non perchè si arriva a casa sfiniti! Correre aumenta la produzione nel cervello di seratonina, ovvero quell’ormone che influenza il ritmo sonno-sveglia.

8. rallenta l’invecchiamento
Dopo i 20 anni la naturale produzione dell’ormone della crescita (HGH, Human Growth Hormone) inizia a diminuire, per fermarsi quasi definitivamente dopo i 40. L’unico modo per non bloccare definitivamente la produzione di questo ormone è quello di praticare un’attività sportiva, in particolare la corsa.

9. migliora l’autostima
Un incremento della resistenza fisica e psichica alla fatica e la forza di volontà sviluppate nella pratica costante della corsa generano un aumento della fiducia in sé stessi e dell’autostima.

10. permette di confrontarsi con se stessi
non ce la faccio a non suggerire: io corro per questo motivo! Quando corro sono da solo con me stesso e posso godermi tutto ciò che mi circonda! Mi rilasso! Ma soprattutto mi piace quel momento durante una corsa in cui sono in difficoltà e devo trovare le energie per andare avanti: è proprio quel momento che mi fa amare la corsa. In quel frangente sono obbligato ad avere un confronto onesto e diretto con me stesso per capire come continuare, quanto perseverare, dove è il mio limite e come superarlo o se è saggio andare oltre.



La corsa per me è un allenamento alla quotidianità: onesti con se stessi per vivere a pieno ogni momento e godere di ciò che c'è di bello, o amare l'attesa della gioia nei momenti di difficoltà senza mai perdere l'orgoglio di essere me stesso.

Per questo corro.
Per questo mi piace farlo!

lunedì 19 dicembre 2016

Scrittura a mano: semplice soluzione per la libertà

Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce.
Joseph Pulitzer



In un mondo dominato da touch-screen, audio-messaggi e realtà virtuale ha ancora senso riflettere sulla scrittura manuale? La scrittura a mano ha un futuro? Bella domanda. In un mondo in cui le tastiere del computer – che solo pochi anni fa era considerato all’avanguardia – sono state ormai rese obsolete da touchscreen, audio-messaggi e realtà virtuale di sorta, ha ancora senso riflettere sulla scrittura manuale? Secondo l’Associazione Calligrafica Italiana assolutamente sì, tanto che per rispondere a questa domanda il 25 e 26 novembre 2017 è stato organizzato un convegno internazionale fitto di incontri in cui la bella scrittura sarà al centro di dibattiti e ragionamenti.

ilLibraio.it (spazio multimediale del Gruppo editoriale Mauri Spagnol)ha chiesto a Benedetto Vertecchi, professore ordinario di Pedagogia presso l’Università Roma Tre, di anticipare i temi che affronterà sabato 26 novembre alle ore 11:45. La conferenza dal titolo “Scrivere a mano: il segno del pensiero” vuole indagare le conseguenze sullo sviluppo infantile causate dalla sostituzione della scrittura manuale con quella digitale. Di seguito i passaggi dell'intervista.

In che modo, secondo gli studi da lei considerati, la scrittura digitale influisce nello sviluppo mentale, nelle capacità di coordinamento percettivo-motorio e sulla memoria dei bambini?
“Da alcuni anni molti insegnanti mi venivano segnalando la crescente difficoltà dei loro allievi a usare il linguaggio scritto. Del resto, avevo potuto rendermi conto di tali difficoltà anche osservando in che modo scrivevano i miei studenti all’università: il corsivo in molti casi era sostituito dal maiuscoletto o dallo stampatello, i caratteri apparivano incerti e disallineati, il modo di impugnare la penna richiamava più quello necessario a maneggiare una clava che quello che consentiva il controllo dello strumento usato per produrre il segno. Se non mi stupiva la segnalazione della difficoltà, mi lasciava tuttavia perplesso che la caduta del corsivo intervenisse così precocemente nel percorso scolastico. Non mi sarei sorpreso di sapere che la capacità di scrivere a mano stesse regredendo nelle scuole secondarie, ma non avrei immaginato che si manifestasse già nella scuola elementare. Per cercare di capire che cosa stesse avvenendo, e quali conseguenze ne derivassero per gli allievi, ho elaborato un progetto di esperimento, che il Laboratorio di Pedagogia sperimentale dell’Università Roma Tre ha fatto proprio e ha sviluppato con la collaborazione di due scuole della cintura urbana”.
Com’è andata?
“L’ipotesi che si voleva verificare era che per conservare e accrescere la capacità di scrivere occorreva esercitare la scrittura con continuità. Riprendendo una massima ricavata da Plinio il Vecchio (‘Nulla dies sine linea’, che ha anche dato il nome all’esperimento), ho chiesto agli insegnanti di impegnare i loro alunni in attività di scrittura quotidiana. Si trattava di chiedere agli allievi di terza, quarta e quinta elementare di scrivere, rispettivamente, brevi testi di quattro, cinque o sei righe sulla base di stimoli accuratamente studiati per consentire una produzione verbale non condizionata da stereotipi di comportamento scolastico o da riferimenti valoriali. I bambini dovevano sentirsi liberi di scrivere, sapendo che nessuno avrebbe valutato i loro testi. Si chiedeva loro di scrivere soltanto a mano, ma senza spingerli a farlo in corsivo. Nel complesso, il tempo richiesto per svolgere questa attività era di un quarto d’ora ogni giorno. L’esperimento si è protratto per circa tre mesi e mezzo e ha coinvolto poco meno di quattrocento bambini: si può trovare la descrizione della procedura seguita nel volume I bambini e la scrittura, pubblicato in settembre da Angeli”.
Quali sono stati i risultati?
“È stato possibile raccogliere circa 28.000 documenti, ordinati in serie diacroniche, dai quali ci si può rendere conto dei cambiamenti che intervengono attraverso una pratica costante della scrittura manuale: si tratta di cambiamenti che riguardano sia la qualità dei segni tracciati, sia quella dei testi prodotti. Per quanto nessuno abbia spinto i bambini a modificare il loro comportamento, nel succedersi delle settimane si poteva osservare non solo il progressivo miglioramento nella qualità grafica dei documenti prodotti, ma anche una maggiore appropriatezza ortografica e una più accurata selezione del lessico. I risultati ottenuti sono del tutto coerenti con le indicazioni che da tempo si ricavano da un gran numero di ricerche sullo sviluppo mentale dei bambini, in particolare per ciò che riguarda il coordinamento percettivo-motorio, l’esercizio e il potenziamento della memoria. Sono ricerche che fanno capo non solo alla pedagogia e alla didattica, ma a molti altri settori della conoscenza: quello della scrittura si presenta oggi come un terreno d’indagine fortemente interdisciplinare.”



Nella presentazione del suo intervento al convegno si legge: “La scrittura è una soluzione semplice […]. È proprio questa semplicità che conferisce il massimo di libertà al pensiero di chi scrive”. Potrebbe spiegare più ampiamente tale affermazione, concentrandosi, in particolare, su come secondo lei la scrittura manuale possa garantire più libertà a chi scrive rispetto a un mezzo digitale?
“Nel Vangelo di San Giovanni leggiamo che ‘Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra’ (8, 3-6). Non sappiamo che cosa abbia scritto, ma conosciamo il contesto: quello riferito è l’episodio dell’adultera, nei cui confronti gli scribi e i farisei mostravano il loro sdegno. Lasciamo che altri approfondiscano l’episodio da un punto di vista religioso. Quel che ci interessa rilevare è che Gesù non ha avuto bisogno di nulla per scrivere, neanche di un supporto specifico, dal momento che ha scritto nella polvere, o di uno strumento adatto a tracciare segni, visto che ha usato un dito. Quel che ricaviamo è che la libertà di scrivere si collega direttamente alla possibilità di farlo senza dover ricorrere a soluzioni strumentali complesse. Tutto sommato, scrivere sulla carta con la penna è quanto di più simile al modo in cui Gesù ha replicato alle accuse degli scribi e dei farisei. Il complicarsi della produzione del segno condiziona inevitabilmente la produzione del testo. Se usiamo, come oggi spesso avviene, un dispositivo digitale, non possiamo fare a meno di disporre di energia elettrica, di una mediazione strumentale che interrompe la continuità del controllo di chi scrive sul testo, e che in molti casi lo modifica o lo condiziona al di là di quanto si vorrebbe”.

La libertà vive nelle semplici espressioni di sé stessi.